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Scontro razziale o di classe?

di Leonardo Sinigaglia

Davanti alle rivolte statunitensi si sono formate due “scuole di pensiero”: l’una le denuncia come prive di contenuto sociale, espressione della retorica “liberal” e funzionali al Partito Democratico nella sua lotta contro Trump, l’altra che riconosce nella rabbia delle comunità nere elementi di lotta di classe e di contrapposizione al sistema capitalista ed imperialista. Se la seconda posizione può essere considerata giusta, anche se non sufficiente ad analizzare in maniera completa la situazione, la prima appare fin troppo influenzata dalla retorica bannoniana di un Trump “outsider” rispetto al sistema, inviso allo status quo e per questo da supportare. E’ inutile dire che tale narrazione, particolarmente apprezzata dai vari complottari e “liberi pensatori” di casa nostra, sia assolutamente miope e falsa, avvelenata dalla partigianeria per l’ennesimo miliardario che starebbe dalla parte del popolo solamente perché i gruppi di potere a cui fa riferimento sarebbero, parzialmente, altri rispetto ai candidati “dem”.

“per il giovane, il vecchio, il povero, il nero, vivere in America è brutale”

Per comprendere la situazione, e quindi la rabbia degli afroamericani e degli altri gruppi minoritari, è necessario aver ben presenti tre fattori chiave, che vengono sistematicamente taciuti ed ignorati dai sostenitori dell’ “all lives matter“:

Milioni di africani vennero deportati in America. Sembra ovvio, ma molti tendono a dimenticarlo. La presenza di “afroamericani” non è una peculiarità del luogo, una curiosità scientifica, ma il risultato di una campagna plurisecolare di spoliazione del continente africano e di vendita di esseri umani. Furono in totale più di 12 milioni gli africani deportati nel continente americano, con più di mezzo milione destinati al territorio statunitense. E qui si sta parlando unicamente della tratta atlantica, non di quella interna.

Questi africani furono venduti come schiavi. Strano a dirsi, i futuri “afroamericani” non vennero deportati nel Nuovo Mondo in quanto villegiatori o turisti, ma in quanto schiavi, e in una forma di schiavitù molto particolare, ossia la “chattel slavery“, per la quale sostanzialmente lo schiavo era paragonabile ad una qualsiasi merce, dal bestiame agli attrezzi. Le famiglie quindi potevano essere scomposte a piacimento,i membri venduti separatamente, privati di qualsiasi tutela esottoposti all’arbitrio assoluto dei propri padroni, i quali avevano come unico limite imposto dalla legge l’evitare la “miscegenation“, ossia l’imbastardimento della razza, l’insegnar loro a leggere e scrivere e l’obbligo di punire i propri schiavi in caso di infrazioni. E’ bene sottolineare che la schiavitù alla quale ci si sta riferimento era di base sostanzialmente razziale. I neri, sopratutto loro fra tutti i popoli extraeuropei, erano ritenuti incapaci di potersi autogovernare, più simili a bestie che all’uomo bianco anglosassone, e quindi incompatibili con la libertà di cui questo godeva. Il nero non poteva essere libero, nemmeno se affrancato o nato da genitori non-schiavi. Non poteva godere dei diritti dei cittadini ed era punibile per moltissimi reati con la riduzione in schiavitù. Così, il conflitto di classe della società schiavistica fra servi e padroni assumeva connotati eminentemente razziali, data la polarizzazione della stragrande maggioranza dei neri nel campo dei servi e dei bianchi in quello dei padroni. Il conflitto fra servo e padrone diviene quindi anche il conflitto fra il nero sottomesso ed il padrone europeo, il quale valutava il nero in quanto tale come suo inferiore.

L’emancipazione dalla schiavitù non ha risolto la questione sociale. Anche se ovviamente da un punto di vista giuridico i risultati ottenuti fra il 1863 ed il 1865 furono importantissimi e segno di progresso, la questione sociale degli afroamericani non venne certo risolta grazie a quelli. Anzi, i nuovi “lavoratori liberi” persero le poche tutele materiali concesse loro dal sistema schiavista (cibo, assistenza medica, alloggio..) e vennero così gettati nelle fauci del capitalismo industriale americano, non solo soggetti al dispotismo degli onesti imprenditori yankee, ma ancora isolati dalla comunità dei bianchi. Se non era più lecito possedere un “negro” come un qualsiasi oggeto, sarebbero però dovuti passare ancora molti decenni per far sì che neri e bianchi potessero sedere assieme nella stessa aula, o donare il sangue assieme, o servire negli stessi reparti militari, o avere pari retribuzione sul posto di lavoro. La ghettizzazione della comunità nera fu quindi imposta e promossa dalle autorità statunitensi, le quali si servivano del lavoro degli ex-schiavi contrapponendoli ai più costosi lavoratori bianchi. Tutto ciò portò al mancato sviluppo di una “classe media” nera o comunque di un proletariato soggetto ad una relativa stabilità. Ancora oggi la comunità nera detiene un tasso di povertà del 20.8%, più del doppio rispetto alla comunità bianca e superato solo dai nativi americani, un quarto dei quali vive in condizioni di povertà (2018 Us census Data).

“la libertà americana”

Avendo osservato questi dati, appare ovvio l’intrecciarsi delle contraddizioni capitalistiche con la mentalità razzista e segregazionista ereditata da secoli di schiavitù, come appare evidente il senso di comunità degli afroamericani, i quali si sentono colpiti non solo in quanto “poveri”, in quanto soggetti al sistema capitalista, ma anche in quanto tali, in quanto neri, in quanto minoranza all’interno di un “impero multinazionale” che mai volle e seppe creare un’identità condivisa, e ancora oggi piagato da un razzismo sistemico rivolto quasi unicamente a quei milioni di afroamericani troppo poco ricchi per essere considerati “bianchi” dal padronato statunitense.

Si possono considerare quindi le rivolte di queste settimane come espressioni della lotta di classe? Assolutamente, e non lasciano nemmeno dubbi gli obbiettivi colpiti dai rivoltosi: dalle stazioni di polizia ai magazzini Amazon ,dai negozi di lusso fino alla speculazione edilizia dei palazzinari, ad essere saccheggiati e dati alle fiamme sono stati sopratutto simboli del capitalismo e luoghi pratici del suo dominio sulle masse popolari. Ma c’è solo questo? No. Accanto alla dimensione di classe e popolare vi è la dimensione “mediatica”, “liberal”, ben rappresentata da quella frangia di manifestanti seguaci di un’effimera “via pacifica” e più interessati alla diffusione di vaghi slogan, prontamente rilanciati dalle grandi aziende e dai centri di potere, che a causare un cambiamenteo sistemico. Ironico vedere come questi siano sopratutto bianchi, probabilmente presi da un mix di ridicola colpevolizzazione per ciò che fecere i loro possibili antenati schiavisti e di sottaciuto senso di superiorità, per il quale i “poveri neri” necessitano di una guida illumninata per non cadere negli abissi delle pulsioni animali e violente. In poche parole vediamo un copione vecchio come la storia dell’Uomo: al movimento delle masse si accompagnano i tentativi di infiltrazione di elementi fisici e culturali della classe dominante, desiderosi di far rientrare la protesta e di trasformarla nell’ennesima opera di marketing. Sta alle avanguardie politiche del territorio nordamericano, sempre che ne esistano, respingere queste infiltrazioni, e porsi alla guida del processo che porterà alla creazione di un libero popolo e di libere istituzioni là dove ora regna il regime statunitense.