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Giacomo Buranello: mazziniano e comunista, di Leonardo Sinigaglia

“Se Dio m’assisterà, un giorno potrò sacrificarmi per la libertà, per la giustizia, per la fratellanza. Per questa stessa fede per cui voglio morire, desidero che rimanga un documento sui sentimenti e sui pensieri che mi avranno spinto all’azione. Sia ch’io diventi il più umile dei ribelli, sia che la sorte mi riservi un compito non dico più nobile (che sarebbe impossibile), ma più fortunato, voglio che il giovane  storico intento ad indagare sulla natura di avvenimenti non da molto trascorsi veda quanta passione, quanta sincerità ci ha guidati e il suo cuore s’infiammi anche se i nostri nomi saranno sepolti dall’oblio e dall’ignomia”. Così scriveva, a settembre del ‘38, un ragazzo di 17 anni, studente del liceo Cassini di Genova. Da queste righe, estratte dal suo diario, non possiamo che essere sbigottiti dall’altissima tensione ideale che ne traspare: la coscienza del dovere della lotta, ma anche del suo significato storico e dell’importanza dei “martiri”, non solo quali agenti materiali del progresso, ma suoi simboli pregni di fede e di ardore. Sembrerebbe di leggere le ultime righe scritte da un patriota risorgimentale, da Aurelio Saffi, o da Goffredo Mameli. Sono invece state scritte da Giacomo Buranello, che cinque anni dopo sarebbe stato protagonista della Resistenza genovese, comandante dei GAP, membro del Partito Comunista Italiano. 

Buranello visse il periodo più cupo del regime fascista, quando alla persecuzione politica si aggiunse quella su basa razziale. Nonostante ciò, non si fece vincere dalla rassegnazione e dall’indifferenza. Il regime era sì potente, ma l’opposizione ad esso era giusta e naturale, soprattutto per un figlio del proletariato genovese, cresciuto dalla madre con letture sul Risorgimento e sui suoi protagonisti. 

Fu a scuola che questa sua coscienza antifascista trovò il primo terreno di scontro, destinato a radicalizzare il giovane e a condurlo sulla via della militanza politica attiva. Con le leggi razziali, dovette assistere al patetico spettacolo di un corpo docenti indifferente rispetto all’allontanamento di colleghi e di alunni di “razza ebraica” e nemmeno troppo seccato dalla censura dei libri di testo di autori “non-ariani”. “Viglione si è come giustificato dicendo che non sapeva che il Momigliano fosse ebreo, che gli ebrei sono nemici giurati dell’Italia, che la nuova antologia è ancora migliore […]. Filippon ha detto che le leggi le fanno a Roma e lui non le discute, che è già malato e non ci manca altro; Gonella ha detto che se vogliamo comprare un altro libro, facciamo pure, che lui libri per spiegare non ne ha mai adoperati, né ebrei né italiani”. D’altronde, sette anni prima, unicamente 12 professori su 1225 avevano rifiutato di prestare giuramento di fedeltà al regime. Non vi era ovviamente sempre una convinzione politica alle spalle del gesto e questo lo possiamo vedere anche dalle parole riportate da Buranello nel suo diario, ma più spesso indifferenza, codardia, paura che sfociava inevitabilmente nel conformismo e nel rifiuto di opporsi alle pratiche di un regime sempre più mostruoso ed invivibile. “L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera.” scriveva Antonio Gramsci, e  in questo contesto non fu solo l’ancella del regime, ma anche ciò che fece scatenare un’intensa risposta ad esso. E’ infatti facile immaginare come l’ingresso nel PCI e nel Comitato Antifascista di Sampierdarena non fossero unicamente una conseguenza delle sue idee politiche, ma anche una protesta contro la società vigliacca che lo circondava, il supremo rifiuto di ogni mezza misura, di ogni ambiguità e di ogni meschina accettazione della prepotenza e dell’ingiustizia. Arrestato ad ottobre 1942, rivedrà la libertà solo all’8 settembre dell’anno successivo. Tornato in Liguria, si mise in prima linea nella lotta di liberazione, fondando e guidando i primi GAP genovesi, con i quali si rese protagonista di azioni importanti, come l’uccisione del fascista Manlio Oddoni, l’esecuzione della spia responsabile della cattura della sua cellula l’anno precedente e un attacco a due ufficiali tedeschi in Via XX Settembre, nel pieno centro cittadino, nel quale uno dei due perse la vita. L’azione fu eseguita il 13 gennaio del 1944, a pochi giorni di distanza dell’arresto di molti compagni e di tutto il gruppo stampa del locale PCI (Santo Peli, “storie di Gap”, pagina 129), che erano stati fermati fra il primo  e il cinque dello stesso mese. A seguito di questi fatti, con il GAP ormai ridotto a due membri, Buranello e Andrea Scano, Remo Scapini, il responsabile militare del partito, gli ordina di lasciare la città, disposizione alla quale Buranello si conforma con riluttanza. Tornato in città ad inizio marzo assieme all’amico Walter Fillak in vista dello sciopero generale che era in programma, sarà catturato a seguito di un conflitto a fuoco in un bar in prossimità della Questura di Genova. Come da prassi, il partigiano fu torturato brutalmente ore, per poi essere fucilato all’alba del 3 marzo presso il forte San Giuliano. 

Nella vita di Buranello, possiamo trovare un paradigma della Resistenza “migliore”: cosciente di se stessa, della sua missione storica, generosa e disinteressata. Uomo dei suoi tempi, ma allo stesso tempo “antico”, in lui possiamo vedere la manifestazione dell’archetipo dell’eroe patriottico di cui la nostra storia nazionale è ricolma di esempi. La formazione politica di Buranello inizia appunto con lo studio del Risorgimento, con una profonda enfasi su Giuseppe Mazzini, da lui citato diverse volte nel suo diario e dal quale ricavò idee sul progresso, sull’umanità, sui doveri dell’uomo e sul patriottismo. E’ infatti interessante vedere come Buranello, nonostante la retorica sciovinista ed imperialista del regime fascista monopolizzasse l’utilizzo di certa simbologia, avesse una visione corretta e ponderata sul tema. In un dialogo col suo amico e compagno Walter Fillak, Buranello gli spiega la differenza fra patriottismo e nazionalismo: “Fillak, dicevo, confondeva il nazionalismo, che è affermazione della superiorità della propria nazione a danno delle altre, col patriottismo, che è amore per la propria nazione, della sua libertà, del suo popolo ed è quindi difesa della propria patria contro chiunque voglia opprimerla, ma non è offesa, anzi è potente stimolo a comprendere il patriottismo degli altri e ad amare la libertà degli altri”. Evidentemente, il discorso di Buranello dipanò i dubbi del compagno, che scrisse al padre, poco prima di venire ucciso dai boia nazisti, questa breve lettera:

 «Mio caro papà,

per disgraziate circostanze sono caduto prigioniero dei tedeschi.

Quasi sicuramente sarò fucilato.

Sono tranquillo e sereno perché pienamente consapevole d’aver fatto

tutto il mio dovere d’italiano e di comunista.

Ho amato sopra tutto i miei ideali,

pienamente cosciente che avrei dovuto tutto dare,

anche la vita; e questa mia decisa volontà fa sì

che io affronti la morte con la calma dei forti.

Non so altro che dire.

Il mio ultimo abbraccio

Walter

Il mio ultimo saluto a tutti quelli che mi vollero bene.»

Dovere d’italiano e di comunista”, al quale entrambi ottemperarono. 

Il patriottismo di Buranello, ereditato dalla tradizione democratica rivoluzionaria, si sposava coerentemente con un internazionalismo sentito e professato. Scriveva circa un mese dopo “Gli ignoranti hanno pregiudizi, i delinquenti i propri interessi da difendere. Ed oggi il principale ostacolo all’unificazione del mondo non è certo l’ignoranza: sono gli interessi e le ambizioni dei singoli, dei delinquenti. Questi o quelli fra questi che hanno già un bottino da conservare son sempre contrari ad ogni forma di progresso: quando nazione significava civiltà erano i peggiori nemici dei patrioti; ora che nazione significa regresso sono i più validi sostenitori della nazione. Ma nessuno potrà mai arrestare la marcia dell’Umanità. Vi saranno brevi fasi di decadenza, ma dopo ognuna il progresso proseguirà il suo cammino più rapido di prima. In questo ho fede.

Chiari gli echi mazziniani di questo passaggio: l’Umanità come destino della nazione, il progresso, inteso non alla maniera scientista, ma come sempre crescente solidarietà e unione degli uomini, e la fede, fulcro dell’azione rivoluzionaria, la sicurezza del fatto che la vittoria arriderà alla causa della giustizia, che non importano i sacrifici fatti, non importano i dolori subiti, ogni azione ha senso in quanto parte di un più grande disegno il cui fine è certo. 

Ma come conciliare questa mentalità a tratti misticheggiante con la militanza in seno al Partito Comunista Italiano e all’adesione al marxismo? In realtà, la dicotomia esiste unicamente in superficie, nelle formalità. Buranello può essere considerato un simbolo anche del progresso del movimento rivoluzionario italiano, che riproduce in nuce nella sua esistenza. Partendo dagli ideali mazziniani, eredità di un percorso politico e filosofico assolutamente proficuo e positivo, punto di partenza della lotta organizzata delle masse popolari in Italia, Buranello corregge e completa la sua visione con l’analisi materialista storica e dei rapporti di produzione. Non negazione, quindi, ma sintesi storica di quella che fu infatti la storia della classe di cui Buranello era membro e di cui difendeva gli interessi. Fede e materia, certezza del fine e sicurezza dell’analisi, sacrificio e progettualità, amore per tutti gli umani e lotta di classe.

Anche da questo punto di vista, la vita di Buranello è un esempio più che mai attuale.