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Tante promesse con il “Decreto Ristori”, ma è una coperta, al solito, troppo corta!

di Michele Padovan

È stato approntato ed approvato dal Consiglio dei Ministri il cosiddetto “Decreto Ristori”, un provvedimento nato dalla necessità di fronteggiare il (più che giustificato e legittimo) malcontento dei lavoratori le cui attività sono state bloccate per tenare di contenere la “pandemia”. Ma porterà davvero qualche tangibile beneficio? Vediamo un po’ nel dettaglio le quote di tali “aiuti”. Si passa da ristori per ristoranti, alberghi e case vacanze del 150%, a ristori del 200% invece per palestre, piscine, sale giochi, bingo, cinema e stadi fino ad arrivare a ristori del 400% per discoteche, night club e sale da ballo. L’indennizzo scende invece al 100% per bar senza cucina e gelaterie. Per poi passare alle partite IVA ed ai professionisti. La lettera datata 26 ottobre 2020 avanza chiare richieste: contributi a fondo perduto o altre tipologie di aiuti economici servono anche ai professionisti che, nonostante siano stati fondamentali per rendere operativi i bonus per le partite IVA e per l’accesso alla CIG da parte delle imprese, non hanno potuto contare su aiuti concreti da parte del Governo. La questione sollevata dagli Ordini dei Commercialisti e dei Consulenti del Lavoro nasce dal malcontento già evidenziato dai professionisti negli scorsi mesi, a causa dell’esclusione dalla possibilità di richiedere i contributi a fondo perduto. L’aumento dei contagi da Covid-19 porta inoltre alla luce la necessità di maggiori tutele ai professionisti in malattia, considerando le profonde differenze tra le tutele riconosciute alle partite IVA rispetto ai dipendenti. Ma non solo alle partite IVA e ai lavoratori colpiti direttamente dalle misure del DPCM del 25 ottobre 2020, anche ai professionisti servono aiuti e misure di ristori. A chiederli sono i Presidenti degli Ordini dei Commercialisti e dei Consulenti del Lavoro, Massimo Miani e Marina Calderone, con una lettera indirizzata al Premier Conte. L’emergenza causata dal Covid-19 ha influenzato l’attività lavorativa dei lavoratori autonomi, causando notevoli perdite di fatturato. Il 79% dei liberi professionisti fa i conti con le conseguenze economiche del Covid-19. Per il 35,8% di questi, la riduzione di fatturato è stata superiore al 50% rispetto allo scorso anno. “Anche per i Professionisti servono dunque misure “di ristori”, come quelle varate per le aziende, e sostegni agli investimenti, soprattutto nel campo dell’informatizzazione.” La richiesta dei professionisti non è certo nuova. Già la prima ondata di contributi a fondo perduto e di bonus per le partite IVA ha di fatto lasciato fuori i professionisti, destinatari esclusivamente di un’indennità erogata dalle Casse di categoria, tra l’altro con criteri più stringenti rispetto a quanto previsto per le imprese. La seconda ondata dei contagi da Covid-19, e le ripercussioni economiche che ne deriveranno, riportano alla luce il malcontento dei professionisti con Cassa. Inoltre commercialisti e consulenti chiedono più tutele nel caso di malattia dei professionisti. La lettera inviata il 26 ottobre non pone l’accento solo sulla necessità di aiuti economici, ma anche sul tema delle tutele previste in caso di malattia dei professionisti: “L’aumento dei contagi su tutto il territorio nazionale comincia ad investire anche gli studi professionali, sempre più spesso costretti a chiudere per il verificarsi di casi di malattia. In queste circostanze i Professionisti non possono essere lasciati soli a sopportare le pesanti responsabilità derivanti dalla impossibilità di rispettare le numerose scadenze dei vari adempimenti. Occorre intervenire anche in tale ambito, per garantire ai lavoratori autonomi le tutele previste per il lavoro dipendente in caso di malattia.”

Tra i punti al centro della missiva, Consulenti del Lavoro e Commercialisti puntano il dito contro le profonde differenze previste tra dipendenti e lavoratori autonomi, evidenziando la necessità di interventi urgenti. Serve velocizzare i tempi di discussione del progetto di legge all’esame del Parlamento, per sgravare il contribuente dal rischio di sanzioni in caso di malattia del professionista ed impossibilità ad adempiere alle scadenze imposte dal governo per cause di forza maggiore. Nella dialettica del Governo è stato usato mote volte in maniera continuativa il termine “a fondo perduto”, tanto gradevole all’udito quanto ingannevole nei fatti. Le somme che la BCE versa al governo italiano non sono a fondo perduto, ma sono prestiti, che andranno restituiti con gli interessi. Somme di denaro a fondo perduto nei trattati che l’Unione Europea ci impone non sono contemplate, ma sono sempre a debito, o con interessi monetari o con riforme strutturali. Cosa confermata per l’ennesima volta dal Presidente della Commissione Europea, Ursula Von Del Leyen, in un Tweet datato 27 Ottobre 2020: e saranno nuovamente soldi da restituire a strozzo, riprelevando le casse integrazioni del Decreto Ristori con gli interessi. Come se ciò non bastasse, poiché i vincoli dei Trattati Europei impongono all’Italia di non poter stampare moneta ed amministrarla a dovere per il benessere del popolo, lavoro compreso, dunque dove andranno ad essere prese le ingenti somme necessarie per attivare e restituire con gli interessi, queste (e molte altre) misure di cassa integrazione? Naturalmente dai ricavi dell’export italiano, ricavato dalla competitività sui mercati internazionali, ottenuta con gli ennesimi tagli al mondo del lavoro: stipendi, salari, pensioni, casse integrazioni, ecc… Dunque molto probabilmente torneremo all’ennesimo caso di “coperta troppo corta” che, purtroppo, ci costringeranno ad accorciare sempre di più a discapito del popolo sempre più derubato, illuso e bastonato