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Tu ci chiudi, tu ci paghi. di Leonardo Sinigaglia

“Tu ci chiudi, tu ci paghi”. Con questo semplice e diretto slogan sono iniziate le proteste che dal capoluogo campano si sono rapidamente diffuse in tutta Italia. E fin qui nulla di male: da una protesta spontanea animata principalmente da piccoli commercianti e precari senza nessun punto di riferimento politico, ma solo da tanta, e giusta, rabbia per la situazione nel quale sono stati gettati, non ci si può che aspettare un grado d’analisi “primitivo”, che tiene conto unicamente del fatto economico immediato. E infatti su questo le eterogenee piazze si sono unite: il governo vuole imporci la chiusura? Bene, ma nel caso garantisca il reddito. Nulla di male visto il contesto, ma una forza politica deve fare il conto con criteri d’analisi si spera più adeguati.

Iniziamo dalla “chiusura”. Quello che abbiamo visto con andamento ondulatorio non è solo il blocco del commercio al dettaglio o dei lavori ritenuti “non essenziali” (a poi cosa? Un reddito è essenziale per tutti), ma la “chiusura” di piazza e strada a scioperi e manifestazioni, oltre che limitazioni prive di criterio alle più basilari libertà personali e politiche, come quella di movimento e riunione. Analizzando l’operato dell’esecutivo, è palese come le chiusure non siano mai state accompagnate da una valutazione scientifica ed oggettiva della natura dei focolai, concentrati negli ospedali, nelle RSA e nelle grandi aziende, ma dettate anzi dalla volontà di far incastrare gli interessi del grande capitale industriale e legato al terziario, con la necessità di presentare all’opinione pubblica un governo forte capace di prendere il toro di una situazione drammatica per le corna, anche enfatizzando la drammaticità ad arte. Quando oggi in Italia parliamo di chiusura dobbiamo aver ben presente che non si sta parlando di un intervento sanitario, ma di un provvedimento legato all’ordine pubblico. Il “Tu ci chiudi” non risponde ad una tutela dei più deboli o dei malati, ma all’esigenza di impedire contestazioni dello status quo nel suo momento di massima crisi.

E quanto al pagamento? Se è concepibile che un piccolo borghese con un capitale da perdere, per quanto risicato, chieda alle istituzioni non già un ribaltamento della società ma unicamente un ritorno a maggiori tutele, questa richiesta appare alquanto inappropriata se rilanciata da organizzazioni che professano di avere l’abbattimento del sistema capitalista come obiettivo. A monte sta una scelta d’analisi: quello che stiamo vivendo è l’inevitabile conseguenza di tendenze già presenti nel mondo occidentale o è semplicemente una “emergenza”? Se la risposta è la seconda, allora serve unicamente far passare la nottata, mettere la testa sotto la sabbia e sperare che i danni siano minimi, e quindi viene l’esigenza di tamponare con misure momentanee il mancato reddito dei ceti subalterni, ossia reddito di quarantena e mancette varie. Se la risposta è la prima, ne consegue che l’azione politica non può e non deve essere rivolta a soluzioni “piccolo borghesi” quali la richiesta di un momentaneo sussidio statale, a priori dall’entità di questo. Se la situazione che stiamo vivendo non è che l’apertura di una crisi sistemica, ed è così, serve lavorare per trasformare “gli scioperi economici in scioperi politici”, facendo sì leva sull’immediata materialità economica dei cittadini, ma declinandola in un orizzonte di lotta totale e progressiva. I rapporti di forza non si cambiano a suon di bonus ed incentivi, non vendiamo la rivoluzione per un piatto di minestra ancor prima di averla immaginata.