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A 100 anni dalla fondazione del PCd’I

DI LEONARDO SINIGAGLIA

Il 21 gennaio 1921 al teatro Goldoni di Livorno veniva fondato il Partito Comunista d’Italia, nato dalla scissione della componente “di sinistra” del Partito Socialista Italiano e destinato ad essere il precursore del futuro Partito Comunista Italiano. Al terzo punto fra i dieci da cui si sviluppò il programma politico del partito possiamo leggere “ Il proletariato non può infrangere né modificare il sistema dei rapporti capitalistici di produzione, da cui deriva il suo sfruttamento, senza l’abbattimento violento del potere borghese.”. Il riformismo del Partito Socialista turatiano era quindi messo alla berlina, accusato di essere una tendenza ostile agli interessi della classe operaia, inefficace se non connivente col potere padronale.
Quel 21 gennaio fu indubbiamente uno degli eventi più importanti del socialismo italiano: dalle statiche e reazionarie tendenze bordighiste alle analisi gramsciane, passando per l’impegno internazionalista e patriottico di Luigi Longo, furono innumerevoli le conseguenze politiche e storiche di quel congresso.
Si potrebbe parlare a lungo della storia del PCd’I, delle successive evoluzioni (ed involuzioni) del PCI, ma approfitterò dell’occasione solo per alcune considerazione d’ordine generale.


Come nasce un Partito Comunista

Come correttamente analizzato da Lenin nel “Che fare?”, il Partito Comunista non è una creazione astratta, ma il frutto di precise tendenze storiche e di un grado avanzato di sviluppo della coscienza delle masse operaie. Sarebbe stato impossibile veder nascere nella russia di metà ottocento un partito come sarà il futuro partito socialdemocratico russo, e questo non certo per la mancanza di principi ideali o di volontà d’emancipazione, ma per l’inadeguatezza delle condizioni materiali. Il partito socialdemocratico, nato al di fuori dello scarso movimento operaio russo della seconda metà dell’800, solo con lo svilupparsi di questo ha potuto passare da embrione di organizzazione politica a partito di massa.
“La storia della socialdemocrazia russa si divide in tre periodi ben distinti. Il primo comprende un decennio: dal 1884 al 1894 circa. In questo periodo nascono e si rafforzano la teoria e il programma della socialdemocrazia. In Russia, la nuova corrente non ha che alcuni seguaci. La socialdemocrazia esiste senza movimento operaio; si trova, come partito politico, nella fase di gestazione. Il secondo periodo dura tre o quattro anni: dal 1894 al 1898. La socialdemocrazia viene alla luce come movimento sociale, come risveglio delle masse popolari, come partito politico. È il periodo dell‘infanzia e dell‘adolescenza. Gli intellettuali si entusiasmano per la lotta contro i populisti e vanno tra gli operai; è come un‘epidemia; negli operai, lo stesso entusiasmo generale, epidemico per gli scioperi. I progressi del movimento sono grandissimi. La maggior parte dei dirigenti, giovanissimi, sono ancora lontani da quei “trentacinque anni” che Mikhailovski considerava come una specie di frontiera naturale. Troppo giovani, non sono ancora preparati al lavoro pratico e molto rapidamente abbandonano la scena. Ma, nella maggior parte dei casi, il loro lavoro è fatto con grande slancio. Molti di essi hanno incominciato a pensare da rivoluzionari come partigiani della Volontà del popolo. Quasi tutti, fin dall‘adolescenza, si sono entusiasmati per gli eroi del terrorismo. Per sottrarsi alla seduzione di quella tradizione eroica, devono lottare, staccarsi da uomini che vogliono ad ogni costo restare fedeli alla Volontà del popolo e che quei giovani socialdemocratici stimano moltissimo. Questa lotta li costringe a istruirsi, a leggere delle opere illegali di ogni tendenza, a occuparsi delle questioni del populismo legale. Temprati in quella lotta, i socialdemocratici entrano nel movimento operaio, senza dimenticare “neppure per un istante” la teoria marxista che li ha illuminati con la sua vivida luce e senza dimenticare il compito di abbattere l‘autocrazia. La creazione del partito nella primavera del 1898 è l‘atto più importante e nel medesimo tempo, l‘ultimo atto dei socialdemocratici di questo periodo. Il terzo periodo, come abbiamo visto, è ai suoi primi albori nel 1897 e sostituisce definitivamente il precedente nel 1898 (1898?). Periodo di dispersione, di disgregazione, di oscillazioni. Nell‘adolescente la voce cambia. Durante questo periodo anche la voce della socialdemocrazia ha cominciato a cambiare, a stonare, da una parte nelle opere dei signori Struve e Prokopovic, Bulgakov e Berdiaiev; dall‘altra, in quelle di V. I-N, R. M., B. Kricevski e Martynov. Ma mentre i dirigenti vanno avanti a casaccio, senza accordo, o fanno macchina indietro, il movimento continua a svilupparsi e a compiere enormi progressi. La lotta proletaria abbraccia nuovi strati di operai, si estende a tutta la Russia e contribuisce così indirettamente a rafforzare le tendenze democratiche fra gli studenti e gli altri ceti della popolazione.” (V. Lenin, “Che fare?”)
Non ci sarebbe stato Partito Comunista (bolscevico) senza socialdemocrazia, che a sua volta non sarebbe potuta nascere senza il movimento operaio e senza l’attività dei populisti e dei nichilisti russi. Il Partito Comunista nasce in quanto tappa di un percorso, e come virtuosa interazione di condizioni oggettive e soggettive. Non basta ‘volere’ creare un partito comunista per vederlo nascere e diventare una vera forza politica capace di coinvolgere, inquadrare e guidare le masse. L’immensa opera che il gruppo dirigente bolscevico portò avanti un secolo fa fu vittoriosa non solo per le grandissime doti politiche ed organizzative, per la fede nell’ideale socialista e per l’abnegazione, ma anche per lo sviluppo della coscienza politica delle masse russe, per lo sviluppo della coscienza di classe fra il proletariato e i contadini, per la crisi irreversibile nel quale era sprofondato l’impero zarista dopo la sconfitta subita ad opera del Giappone e il pantano della Grande Guerra. Incrocio di necessità e di volontà.
Una tappa di un percorso di sviluppo delle condizioni materiali e della produzione teorica del campo socialista. Non l’unica, non l’ultima, non inevitabile. Non si tratta del meccanico movimento di un ingranaggio che, volente o nolente, arriverà in un dato punto, ma del frutto di un ampio concorso di fattori e agenti. Un Partito Comunista nasce e prospera quando, dove e come può. Non è detto che i tempi siano adatti solo perché è possibile utilizzarne il nome. Andare col falcetto sopra il campo ancora da dissodare non porta vantaggi, ma fa unicamente perdere tempo ed energie, come portare l’aratro sul raccolto.


A che punto siamo?

L’insuccesso delle formazioni comuniste post-PCI non è da imputare solamente ad errori d’analisi o di prassi, ma anche al mutamento delle condizioni materiali nelle quali questi si sono trovati ad agire. Se da un punto di vista economico in Occidente abbiamo assistito alla progressiva terziarizzazione dell’economia, con la parcellizzazione della classe operaia in tanti piccoli microcosmi fluidi e raramente in comunicazione, da un punto di vista politico vi è stato con la momentanea vittoria del liberalismo un ripiegamento plurisecolare. Ad averne fatto le spese non è solo la coscienza di classe del proletariato e l’ideale socialista, ma lo stesso campo del politico, dal quale è stato progressivamente sottratto sempre più spazio mentre la partecipazione delle masse veniva sempre più ridotta e combattuta. Si è tornati in tutto e per tutto ad un periodo pre-politico, dove ogni rivendicazione sociale assume connotati particolaristici e momentanei, nonostante l’indubbia fatica delle sparute avanguardie. Il sistema ideologico liberale ha egemonia pressoché assoluta su ogni parte della società, l’operaio è ormai abituato a pensarsi, nella migliore tradizione statunitense, come “un milionario in momentanea difficoltà”, ed è portato a vedere come suoi interlocutori e punti di riferimento non tanto i suoi compagni, i membri della sua classe, le persone a lui vicino per interessi e condizioni, ma individui di successo, che nella loro opulenza rappresentano la vana speranza di fuggire dalla miseria e dall’alienazione nel quale è ormai immerso. Al sistema attuale, ormai interiorizzato come unico possibile, e se non unico di certo il migliore, non è portato dalle masse nessun altro sistema in contrapposizione. Si cerca il patrocinio di questa o di quell’altra istituzione, si attende il Salvatore arrivando addirittura ad inventare scenari più fantascientifici e millenaristi che altro. come nel caso del fenomeno “Q-anon”, o ci si lascia semplicemente consumare dalla rassegnazione quando questa non è interrotta da esplosioni momentanee di rabbia. La situazione che abbiamo davanti in Occidente più che al 1917 assomiglia al 1789. Serve prenderne atto per poter agire di conseguenza, ed adattare la prassi al contesto. La costituzione di un nuovo Partito Comunista, per quanto animato dalle migliori menti e dotato di un solido apparato teorico, non rappresenterebbe che l’ennesimo tentativo fallito. Ogni fase ha le sue dinamiche e le sue derivazioni: a battere la testa contro il muro non sarà di certo questo a rompersi, per quanto uno possa avere un cranio duro.


Organizzarsi nello scenario italiano

Le condizioni oggettive ad oggi non permettono l’organizzazione di massa. Le condizioni soggettive ad oggi non permettono di gettare le basi della lotta politica. Se le forze socialiste poco possono per quanto riguarda le prime, sono invece completamente responsabili per lo stato delle seconde. Non può essere considerato come un valido soggetto politico quell’agglomerato scomposto che si può raccogliere sotto il termine “estrema sinistra”: inquinato da tendenze borghesi e fossilizzato su un terreno di scontro più estetico che politico, non si ha che davanti lo scarto residuale, le scorie del decadimento della sinistra italiana post-’68. Non si semina prima di aver dissodato il terreno e rimosso le erbacce.
Ovviamente esistono eccezioni: gruppi più o meno vasti, singoli ricettivi e capaci, giovani e meno giovani capaci di interpretare correttamente gli eventi, o per lo meno ricettivi e volenterosi. Da questi bisogna ripartire per gettare le fondamente di un percorso politico, che deve essere correttamente evidenziato come l’ultima parte di uno sviluppo storico, di un lungo percorso che abbraccia tutta la storia dell’uomo, la lotta di classe, ma in particolare degli ultimi secoli dell’esperienza rivoluzionaria italiana. Organizzare le forze disponibili intorno ad una bandiera comune, quella di un fronte socialista unitario, che non sia l’imitazione dei partiti liberal-borghesi, ma una nuova struttura di confronto dialettico e di coordinamento pratico, capace di produrre tramite l’incontro fra le varie soggettività l’hummus dal quale potrà nascere una forza partitica rivoluzionaria, che potrà porsi alla guida delle masse sia durante le esplosioni “primitive” di queste che nel corso della loro futura crescita politica ed organizzativa.
Concretamente, tale obiettivo è ad oggi una tappa obbligata per uscire dal vicolo cieco delle continua coagulazioni-frammentazioni all’interno di un sempre più piccolo mondo militante. Esso può essere raggiunto unicamente tramite la collaborazione sia pratica che teorica, l’instaurazione di rapporti virtuosi fra organizzazioni, collettivi, cittadini, intellettuali, lavoratori.
Il mezzo per ottenerlo è definire l’obiettivo strategico della costruzione di un nuovo stato socialista, e spingere alla produzione teorica e all’azione pratica in tal senso. Esempio vincente in tal senso può essere in questo secolo il bolivarismo venezuelano, che attraverso il rinnovamento costituzionale e la cooperazione fra organizzazioni politiche, sindacali e cittadine è riuscito ad indirizzare il Venezuela su un cammino di costruzione del socialismo.
Più che lottare per affermare una pretesa “purezza” o il possesso esclusivo di una certa eredità, più che affibbiarsi nomi importanti ed aggettivi impegnativi servirebbe iniziare ad immaginare un paese diverso, e partire dalla definizione della meta per valutare il percorso. La rivoluzione non la farà chi saprà riportare la citazione più erudita, o chi riempirà di più una piazza di bandiere rosse, o ancora chi saprà sembrare più “radicale” sui social-network, ma chi avrà contezza del momento storico.