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A difesa di Savonarola

DI CLAUDIO BARCA LEGRA

Il 7 febbraio del 1497, durante la festa del martedì grasso, la città di Firenze vide il più grande, e l’ultimo dell’era savonaroliana, dei “Falò delle vanità”. Sarebbe facile vedere in questa furia iconoclasta contro tutti gli oggetti ritenuti corruttori della morale il semplice dispiegarsi delle tendenze oscurantiste e repressive del clero cattolico. Ma in realtà una tale risente di un’errata comprensione del contesto storico nel quale il fenomeno avvenne. Non si tratta ancora dei severi tempi della Controriforma, ma anzi siamo nel pieno del Rinascimento, e per giunta nella città più esemplificativa di questo periodo, quella dove di più, anche attraverso commissioni ecclesiastiche, l’arte ebbe modo di svilupparsi in maniera relativamente libera e “licenziosa”. E ancora, sarebbe errato identificare con l’azione e le prediche di Girolamo Savonarola le tendenze predominanti all’interno della Chiesa Cattolica, che anzi, soprattutto nelle figure del pontefice Rodrigo Borgia e dei suoi emissari osteggiò in maniera radicale l’opera del frate domenicano, arrivando persino alla scomunica, alla quale seguirono l’arresto e l’esecuzione del Savonarola.

“Il carnevale di quell’anno vide l’ultimo trionfo del Savonarola celebrato con il famoso Bruciamento delle Vanità. Già nel febbraio dell’anno precedente aveva avuto luogo lo stesso spettacolo, ma questa volta, com’ebbe a riferire il Burlamacchi, testimone oculare, la macchina innalzata sulla piazza dei Signori riuscì ancor più grandiosa. Sui gradini della piramide si vedevano ‘capelli morti, veliere, specchi, profumi, libri di poeti latini e volgari pieni di lascivie, maschere, e molte cose di gran prezzo, come pitture e scolture nobilissime, ma licenziose, ed altre vanità’. L’anno innanzi, di tutte le cose messe ad ardere su la macchina, un mercante veneziano aveva offerto alla Signoria ventimila scudi, ma oltre al rifiuto, s’ebbe questo premio, che fu posto in cime all’edificio il suo ritratto al naturale, sopra una sedia, come principe di tutte quelle vanità. Convennero alla festa del fuoco le compagnie dei diversi quartieri cittadini precedute dai fanciulli in processione, i quali cantavano devote laudi. La macchina, custodita da una buona guardia, perché alcuno non rubasse gli oggetti preziosi ivi ammassati, prima d’essere incendiata fu aspersa con l’acqua benedetta. E quando le fiamme salirono al cielo fu per tutta la città un gran suonare di trombe e di campane, ed il popolo cantò lietamente il Te Deum”.

(Pietro Misciatelli, “Savonarola”)

Come non vedere in questo attacco ai simboli stessi dell’opulenza e del potere economico del “popolo grasso” e delle famiglie nobiliari una precisa connotazione di classe? La furia che, cacciati i Medici, si scatenava contro i beni di lusso null’altro era che il riflesso dell’odio e della condanna per i cittadini ricche, ritenuti non solo moralmente corruttori di Firenze, ma impegnati per indebolire la città a favore dei loro interessi particolari. Non è un caso che i “Piagnoni”, i seguaci militanti di Savonarola, provenissero soprattutto dai ceti meno abbienti, dalle masse popolari di una Firenze già avviata verso una proto-industrializzazione che poco più di un secolo prima aveva già sperimentato con la Rivolta dei Ciompi la capacità d’azione pratica del popolo lavoratore.

E’ indubbio infatti che Savonarola avesse sposato quello che erano le rivendicazioni pratiche del “popolo minuto”. Il Brulamacchi, seppur contraddetto dal Polizio, riporta infatti come il morente Lorenzo de Medici avesse chiamato Savonarola per un’ultima confessione. Questo avrebbe gli avrebbe garantito il perdono per i suoi peccati se avesse compiuto tre ultime opere di bene: rinnovare la sua fede in Dio, dare al popolo le ricchezze della sua famiglia lasciando ai suoi figli “tante sostanze che siano decenti a cittadini privati” (ibidem) , e soprattutto la restituzione delle istituzioni repubblicane alla città, richiesta che Lorenzo de Medici rifiutò sdegnoso, morendo senza ricevere la confessione del frate.

Non parliamo quindi di oscurantismo e chiusura mentale, ma diretto attacco ai simboli di quelle classi sociali che Savonarola e i suoi vedevano come i principali avversari della libertà cittadina. Quadri, busti, libri e cosmetici non erano certo oggetti conosciuti dalle masse popolari, ma esclusivo appannaggio dei più abbienti, simboli di potere e lusso in una società estremamente polarizzata in senso economico.

Leggiamo quindi in Savonarola non un meschino censore, ma un difensore del popolo, impegnato nella lotta all’ideologia dei ricchi del suo tempo, ai loro vizi e al loro modo di vivere.