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Intervista ad un compagno indiano sulle proteste in India

Il Governo centrale di New Delhi ha fatto passare nuove leggi agrarie volte a cancellare le norme che regolano l’acquisto dei raccolti privatizzando l’emporio e dandolo in mano ai magnati indiani amici del primo ministro Modi. Tra questi ci sono tycoon come Mukesh Ambani.
Il governo afferma che queste riforme accelereranno la crescita del settore attraverso gli investimenti del settore privato nella costruzione di infrastrutture e catene di approvvigionamento per i prodotti agricoli nei mercati nazionali e globali.
Sappiamo bene che in Italia e in altri paesi d’Europa coma la Francia, la privatizzazione e il neoliberismo hanno portato al fallimento di piccole aziende nel settore agricolo promuovendo lavoro in nero, caporalato e favorendo le organizzazioni mafiose. Sono norme che hanno portato il datore di lavoro a preferire l’immigrato con stipendi popolari e prestazioni migliori.
I contadini indiani, in primis nello stato del Punjab e dell’Haryana, hanno indetto un sciopero protestando prima pacificamente all’interno del proprio stato decidendo, poi, di mostrare il proprio dissenso largamente condiviso dall’intera nazione marciando verso la capitale. La polizia ha cercato di fermare le proteste usando cannoni ad acqua e gas lacrimogeni, bloccando la strada con barricate, e scavando – addirittura – fosse sulla via che porta a Delhi.

Abbiamo quindi voluto intervistare un Compagno indiano sulla questione

C’è un clima di speranza?

Non sembra esserci un clima di speranza, per molti è diventata una questione di resistenza e
rifiuto a piegarsi tradendo i propri valori. Il primo ministro Modi non sembra cedere e le
proteste continueranno ad andare avanti. La Corte Suprema ha sospeso l’entrata in vigore
delle nuove riforme agrarie, ma per gestire il negoziato è stato formato un comitato di
persone che aveva già rilasciato dichiarazioni a favore di queste norme neoliberiste. I
sindacati hanno in programma di rompere le barricate poste dalla polizia alle porte di Nuova
Delhi per il 26 gennaio, festa della Repubblica Indiana. Si tratta di un gesto simbolico volto
ad imitare la parata che si tiene nella capitale durante questo giorno. Gli agricoltori hanno
intenzione di entrare nella città in un corteo di trattori.

Chi protesta sono solo sikh? Hai conosciuto altre persone che come te sono tornate
dall’estero per protestare?

A protestare sono in maggioranza persone sikh del Punjab a cui si aggiungono connazionali
indiani di tutte le fedi, persone dell’Haryana, Uttar Pradesh e tanti altri stati. In prima fila tra
i manifestanti ci sono i nihang, un ordine cavalleresco sikh che si sono stabiliti a ridosso del
confine e hanno ancorato i loro cavalli alle barricate. I nihang rappresentano, oggi,
simbolicamente lo storico esercito sikh. Si vedono sventolare bandiere di tutti i colori:
marxisti, sindacati, sostenitori Bhim (un movimento per l’emancipazione delle caste
oppresse ispirato a Bhim Rao Ambedkar, padre costituzionale, nonché uno dei primi
intellettuali appartenente a una casta oppressa). Ho conosciuto un giovane medico
americano di origini indiane che come me era venuto a contestare. Non mancano infatti
bandiere canadesi e americane, ciò è dovuto alla fortissima presenza di migranti indiani che
si identificano con queste. Purtroppo per me, non sono riuscito a trovare un tricolore da
issare in spalla. Ho ancora il rimorso.

Il resto dell’India “non agricola” come avverte le proteste?

Il resto dell’India è diviso tra diverse opinioni. C’è chi sostiene e chi no. I media televisivi
indiani non sono affidabili, agiscono come cani da guardia per Modi. Tra i protestanti sono
infatti in voga slogan e manifesti contro emittenti televisive che li indicano come terroristi.

Come vengono gestite le proteste in merito al Covid?

In merito al Covid non viene rispettata nessuna norma. La gente se ne frega ed è strano
come non si senta parlare di casi.

Qual è il ruolo delle donne nelle proteste?

Le donne sono molto presenti e attive nella protesta. Ci sono interi cortei “rosa” che
manifestano e manifestano il proprio dissenso. Tra le tante librerie presenti sul sito di
protesta ci sono saggi e libri di stampo femminista in abbondanza. Non nascondo, poi, che
sono ancora viste come risorse per la gestione delle cucine da qualche manifestante.

abbiamo letto di sit-in in cui giorno per giorno si cucina e distribuisce cibo. Chi fornisce queste
cose? I cittadini di Nuova Dehli aiutano?

Si tratta dei ‘langar’, sono una mensa comune nata e pensata nel quindicesimo secolo dal
fondatore del sikhismo Guru Nanak Dev. Era un modo per accumunare diversi ceti e classi
dando a loro il pasto alla fine della preghiera riunendoli tutti nella stessa mensa, siccome la
gerarchia delle caste non permetteva a una persona “inferiore” di consumare cibo con una
persona di casta “alta”. I sit-in vengono finanziati dai fedeli, dai gurudwara (tempi sikh) e
da chiunque voglia aderire alla causa. I langar forniscono cibo a milioni di persone, funziona
così da secoli. Non c’è nessun motivo per cui i viveri debbano cessare di essere forniti
proprio ora. Anche i cittadini di Nuova Delhi aiutano fornendo beni essenziali, medicinali,
libri, giornali e manutenzione di qualsiasi tipo per carri e trattori su cui dormono i
contestatori.

Hai assistito a qualche attacco della polizia, o hai sentito qualcuno che lo ha vissuto in prima
persona? Come si comporta la polizia nei vostri confronti?

La polizia ha cercato di fermare le proteste usando cannoni ad acqua, gas lacrimogeni,
bloccando le strade con barricate, e scavando – addirittura – fosse lungo il tragitto che porta a
Nuova Delhi. Nei giorni in cui ho partecipato io non c’era molta presenza di forze armate,
erano pochi nell’ordine di una decina dietro al filo spinato, da quel che mi è sembrato di
vedere. Non ho conosciuto nessuno che ha vissuto in prima persona la violenza della polizia.
Nel caso in cui i manifestanti dovessero tentare si superare le barricate, come programmato
per il 26 gennaio, la polizia non esiterà ad usare il braccio forte.