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La prospettiva socialista: il Fronte Popolare

VALE LA PENA AGIRE?
Analisi del momento attuale

La domanda appare retorica ma non lo è per niente. Sebbene tutti i socialisti (a maggior ragione i comunisti) siano concordi nel ritenere che una processo rivoluzionario che inneschi il passaggio di potere politico dalle mani della borghesia a quelle della classe lavoratrice sia certamente il bene supremo al quale aspirare, allo stesso tempo alcuni di loro ritengono che l’attuale compromesso socialdemocratico garantisca comunque un livello di benessere ed una garanzia di servizi tale da rendere svantaggioso un processo di questo tipo.

In poche parole, all’incertezza del risultato insita nel processo rivoluzionario essi contrappongono la generosità di un armistizio che comunque un certa quantità e diffusione di ricchezza la garantisce.

Riteniamo che la deriva ideologica atlantista berlingueriana e tutte le sue degenerazioni successive, a partire dalla svolta della Bolognina fino ad arrivare all’abominevole Partito Democratico, si possano in qualche modo sintetizzare in questo modo.

Questa analisi, sebbene discutibile ovviamente a molti livelli, poteva se non altro contare al momento della sua nascita (appunto, anni ‘80) su un compromesso socialdemocratico che era effettivamente molto generoso: erano gli anni del credito facile, delle baby pensioni, dell’assistenzialismo e dello scoppio della spesa pubblica ad esso direttamente collegato.

Ora, a distanza di diversi anni, è chiaro però che di quel compromesso e dei benefici ad esso collegati non rimane nulla. Le differenze nel nostro paese aumentano, la povertà avanza ed è ormai chiaro che lo scopo del governo Draghi altri non è che accompagnare il popolo italiano alla medesima macelleria sociale alla quale è stata destinata anni fa la Grecia.

Governo Draghi che è diretta conseguenza dell’incosistenza della nostra classe politica, che ha ormai ampiamente abdicato ad ogni scelta strategica e è ormai prona ad ogni volere o diktat dell’autorità europea.

Quindi, sebbene la domanda “vale la pena agire?” sia lecita e non retorica, la risposta è si, vale la pena agire. Non soltanto perché ora le condizioni sociali del nostro paese sono preoccupanti, ma soprattutto perchè il futuro garantisce soltanto ulteriori sacrifici ed umiliazioni.

Vale la pena agire perché la situazione non potrà che peggiorare.

PERCHÉ’ AGIRE ORA?
Ha senso dire che adesso sia il momento giusto per innescare una fase rivoluzionaria?

Stante la riflessione precedente, che vale la pena agire, la domanda successiva è “vale la pena agire ora?”. In poche parole, pur sapendo che il momento è propizio, non è il caso di attendere per organizzarsi meglio e affilare le armi con le quali assaltare il potere borghese alla prossima occasione?

Questo ragionamento appare saggio fino ad un certo punto. Per almeno due motivi.

In primo luogo, sappiamo perfettamente per esperienza storica e diretta che l’uomo si abitua alle privazioni. Svanito il risentimento che accompagna la privazione, rimane giusto un rimpianto che sparisce col tempo. La rabbia sociale scema, ci si abitua alla propria condizione ed essa ci appare assolutamente naturale e fisiologica, rendendo impossibile sfruttarla per ottenere uno slancio rivoluzionario.

Per dirla in parole povere, col tempo si bagnano le polveri.

Quindi gli strumenti, la forza, attuale e potenziale, della massa lavoratrice tradita dal sistema borghese non potrà essere nè conservata né congelata: o viene alimentata ora o semplicemente si spegnerà.

Inoltre, giudicare più propizio un momento successivo a questo significa credere, tacitamente, che questo non lo sia abbastanza. Che, in poche parole, esisterà un secondo momento di crisi del capitalismo che porterà ancora più povertà, ancora più incertezza, ancora più disuguaglianza.

Disgraziatamente, questo è vero, da un punto di vista prettamente accademico. E’ anche vero però che non crediamo che in Italia qualcuno voglia davvero arrivare a vivere quel punto. E’ un punto brutto, è un punto fatto di sofferenze e privazioni personali che proprio perché esiste come concreta possibilità noi dobbiamo evitare a tutti i costi.

Proprio perché il conto di questa attesa lo pagheranno i più giovani, i nostri figli, i nostri nipoti. Noi, un pò meno.

Quindi si, ha senso agire ora ed ha senso agire solo ora: chi dice di non agire attua semplicemente un cinico conto aritmetico sulla sofferenza delle persone.

COME AGIRE?
Come ottenere il potere politico?

Tendenzialmente all’interno dei movimenti con area di riferimento socialista vi è una grande divisione: da un lato i marxisti-leninisti più ortodossi (ed assolutamente corretti dal punto di vista ideologico) che ritengono le elezioni una finzione borghese e che il passaggio di potere politico dalle mani della borghesia a quelle del proletariato avverrà, sostanzialmente, sotto la minaccia delle armi; dall’altro i socialisti democratici che pensano che la via maestra sia per le elezioni.

Entrambe queste due soluzioni poggiano su elementi reali, ma sfugge una visione esatta della situazione.

I primi enunciano un principio assolutamente corretto ed affascinante, che non tiene però in considerazione che, dai tempi in cui questo principio è stato enunciato, sono state create le Nazioni Unite, organo sovranazionale nato sostanzialmente con l’unico scopo di vigilare sul corretto andamento degli affari tra gli stati-nazione.

Ora, se un certo tipo di modalità nell’acquisizione del potere politico furono tollerate per un certo periodo solo grazie alle pressioni ed alla protezione politica e militare dell’Unione Sovietica, è ormai chiaro come il passaggio elettorale sia un passaggio assolutamente richiesto dall’ONU affinchè una qualsiasi entità  politica possa essere considerata legittimata a governare un paese.

Anzi, assistiamo quotidianamente soprattutto in America Latina (ma spesso e volentieri anche altrove) a come il risultato elettorale da solo possa non bastare di fronte alla delegittimazione politica continua che i governi imperialisti riservano ai paesi socialisti.

Il caso di Guaidò in Venezuela e quello della Anez in Bolivia, per non parlare del surreale caso della Tsikhanouskaya o della criminale questione siriana (solo per citarne alcuni), la dicono lunga sugli attacchi non solo politici ma militari che le forze egemoniche borghesi riservano ai governi socialisti.

Per questo motivo, una qualche sorta di legittimazione popolare si rende necessaria non soltanto per non innescare una guerra civile (che deve rimanere l’ultima possibilità da prendere in considerazione come ogni guerra che si rispetti) ma soprattutto per non prestare il fianco a fin troppo facili e sanguinosi attacchi non solo al governo ma alla stessa popolazione civile.

Un governo legittimato da un risultato elettorale, sebbene attaccato, può  sempre far affidamento sul diritto internazionale per avere protezione o solidarietà. Questo aspetto dovrebbe fare la differenza in qualsiasi seria strategia politica finalizzata non soltanto alla conquista del potere politico, ma anche alla gestione dello stesso nel miglior modo possibile.

Si potrebbe pensare che la  ragione la abbia il gruppo dei socialisti democratici, e che queste parole possano risuonare minacciosamente  come l’ennesima premessa possibile ad un blando orizzonte socialdemocratico, ma non è quello che si intende.

In primo luogo il passaggio elettorale non esclude in nessun modo la dottrina leninista: l’esperienza diretta proprio delle realtà che si è enunciata prima ha mostrato come, di fronte agli attacchi della borghesia, l’unica risposta stia proprio nella risposta organizzata dei lavoratori e delle masse popolari. Bolivia e Venezuela insegnano che dobbiamo aspettarci qualsiasi tipo di attacco non solo politico, ma anche militare.

Anzi, sarà proprio la legittimazione popolare ottenuta attraverso il processo popolare a rendere necessario per le forze borghesi passare (ironia della sorte) alla lotta armata per portare avanti i loro propositi reazionari.

In questo senso, enunciare la necessità di un passaggio elettorale richiede necessariamente la coscienza che, parallelamente, dovremo aspettarci e prepararci alla vera e propria lotta di classe che il capitale scatenerà quando vedrà in pericolo le proprie posizioni.

Quando (e non se) questo accadrà sarà la dimostrazione che la sostituzione dello stato proletario non è possibile senza una rivoluzione violenta, come insegna Lenin.

Se le forze reazionarie non dovessero scatenarsi per via violenta, infatti, questo starebbe semplicemente a significare che gli interessi reali della borghesia non sono ancora stati toccati, e che quindi gli intenti rivoluzionari sono stati semplici proclami elettorali senza nessuna conseguenza pratica.

In secondo luogo, il passaggio elettorale è l’unico modo per poter garantire una continuità nella legge borghese tanto antipatica quanto tristemente necessaria per il normale proseguire delle azioni quotidiane.

Nel dire questo ci si rifà alla definizione stessa di socialismo e comunismo comunemente accettate, e cioè che mentre il comunismo è la collettivizzazione completa dei mezzi di produzione, il socialismo è il passaggio intermedio in cui questa collettivizzazione si concretizza anche all’interno della legge borghese.

Ma affinchè questa legge borghese, male necessario, sia riconosciuta all’interno delle Nazioni Unite è necessario che, per l’appunto, essa arrivi al termine di un processo elettorale di qualsiasi tipo.

In questo senso il passaggio elettorale non è da intendersi né come una scelta strategica né (men che meno) come scelta ideologica, ma semplicemente come un ostacolo posto dalle forze reazionarie che è necessario superare. Se è un compito di portata storica riuscire a concludere un processo rivoluzionario, concluderlo in aperta ostilità e delegittimati di fronte all’ONU è chiaramente un compito impossibile. E’ un ostacolo che non esisteva, non nella misura in cui lo conosciamo oggi, ai tempi di Lenin o di Gramsci, un ostacolo materiale che non possiamo sperare di evitare. Dobbiamo affrontarlo, ed affrontarlo a viso aperto e senza paura.

Il vero punto dunque non è se scegliere o meno di avere una legittimazione elettorale, come abbiamo visto, quanto se e come sfruttare questo momento politico per finalità rivoluzionarie senza scadere nell’opportunismo socialdemocratico più volte criticato da tutti i maggiori teorici socialisti.

Appare chiaro che puntare ad un risultato elettorale solo ed esclusivamente per cambiare una leggina, sistemare qua e là qualche parametro, aggiungere o togliere un determinato ammortizzatore sociale ricade infatti nel più abietto parlamentarismo, ed è perciò una tentazione dalla quale tenersi alla larga e da evitare accuratamente.

Conciliare il risultato elettorale derivante dall’esercizio politico nella società borghese con intenti e finalità sinceramente rivoluzionarie è un traguardo difficile che richiede una disciplina apposita ed una strategia perfettamente studiata.

UNA NUOVA ITALIA
Una concreta strategia rivoluzionaria e democratica per il popolo italiano

Avendo visto dunque come non solo vale la pena agire, perché vale la pena agire adesso e perché in ogni caso qualsiasi azione debba necessariamente prevedere almeno una legittimazione elettorale di qualche sorta, addentriamoci ora su COME avere una strategia elettorale che sia in grado di conciliare legittimità all’interno dello stato borghese e allo stesso tempo sia rivoluzionaria per la classe lavoratrice e per il popolo inteso nella sua interezza.

Quando un processo rivoluzionario si innesca in un paese a guida monarchica (come accadde in Unione Sovietica e come Gramsci e tanti altri auspicavano in Italia) il processo rivoluzionario ha un momento politico chiaro di transizione: arrestare, imprigionare, eliminare il monarca tronca de facto la testa del potere borghese ed aristocratico, colpendo così lo stato reazionario in modo fatale.

Un Re non può essere nè eletto, nè votato, nè scelto tra una moltitudine: eliminarlo, e contemporaneamente eliminarne la discendenza (come fatto in URSS) permette di sostituirsi in toto al potere statale che, privato del suo capo, non avrà la forza di reagire.

Tale concentrazione di potere è totalmente assente nelle “democrazie” parlamentari borghesi: anche una volta (per ipotesi) eliminati dal dibattito politico il presidente della repubblica o del consiglio dei ministri, la borghesia altro non farà che crearne un altro, sicuramente più reazionario ed oppressivo del precedente.

E’ inutile concentrarsi su una testa dell’idra alla volta, poichè è esattamente il modo in cui l’Idra stessa riesce a sconfiggere ogni suo nemico.

Questo mostro dalle molte teste non è però ancora la vera origine dell’autorità statale, ma prende la sua forza dal tesoro che custodisce, che gli dà ogni genere di forza e possibilità: la massima espressione della legge borghese, la costituzione.

Bisogna dunque puntare a quella, se vogliamo davvero abbattere la borghesia italiana: occorre mettere le mani sulla Costituzione della Repubblica Italiana, il patto socialdemocratico dal quale, poco alla volta, il capitale italiano ha estorto alla classe lavoratrice tutta la sua forza ed ogni speranza di rappresentazione democratica.

Bisogna dunque puntare ad una radicale e completa riscrittura della costituzione italiana, in chiave totalmente socialista, avendo in mente che l’unico punto fermo della nostra attuale Costituzione è che, secondo l’articolo 139, che dice che soltanto la forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale. E nessun socialista si sognerebbe davvero di intaccare la forma repubblicana.

Allo stesso modo, per inverso, dobbiamo pensare che ogni altro articolo della Costituzione può essere modificato con le solite procedure note per le leggi di ordine costituzionale.

In poche parole è possibile creare una nuova Repubblica, con nuove leggi e nuovi rapporti di proprietà, in perfetta continuità con la legge borghese attuale. Quello che è necessario fare è “semplicemente” scrivere una nuova Costituzione che prenda il posto della vecchia, valorizzandone le componenti progressiste ma ponendone a garanzia nuovi strumenti democratici, e che venga votata dalle camere o (eventualmente) da un referendum popolare.

Questa opera, che appare senza dubbio complessa, è in realtà più semplice e più percorribile della continua estenuante opera su leggi e decreti del parlamentarismo socialdemocratico, e allo stesso tempo, permette un maggior respiro nell’azione politica. 

Vediamo come.

E’ PIÙ’ SEMPLICE CAMBIARE TUTTO CHE NON CAMBIARE SOLO QUALCOSA
Come la strategia costituzionale oltre che più incisiva, è più semplice

Una strategia di tipo costituzionale permette almeno quattro vantaggi strategici.

In primo luogo sappiamo bene che in Italia, come in altri stati, vige la gerarchia delle leggi. Questo significa che una legge di un ordine inferiore non può derogare ad una di ordine superiore.

In poche parole, se anche domani il potere politico fosse in mano socialista e si volesse provvedere (ad esempio) ad una collettivizzazione delle fabbriche sopra i 50 dipendenti, e si emanasse una legge apposita, questa andrebbe in contrasto con l’articolo 41 della costituzione che prevede la libera attività economica privata.

Intendiamoci, è chiaro che quando nello spirito si ha un intento socialista questa premessa fa quasi sorridere, ma dobbiamo renderci conto che le forze reazionarie si aggrapperanno alla legge borghese con le unghie e coi denti, si appelleranno prima ad essa che non alle armi. E’ quindi necessario agire in modo in cui, durante il processo rivoluzionario, vi sia una perfetta continuità e legittimità nell’esercizio della legge borghese. 

Bisogna, in poche parole, non tanto disarmare l’avversario che tiene il coltello dalla parte del manico, quanto afferrarne il manico vero e proprio. Qualsiasi tentativo di intervenire sulle leggi ordinarie anziché sulle leggi costituzionali appare invece più un tentativo di disarmarlo afferrando la lama del coltello di cui parlavamo. Una strategia masochista e suicida che, poco alla volta, non potrà che segnare anche la più sincera delle lotte.

Quindi possiamo dire che agire a livello costituzionale garantisce l’autorità di cui c’è bisogno per intervenire al livello di cambiamento di desiderato. E questo è il primo grande vantaggio.

Il secondo vantaggio è che mentre il percorso di una singola legge è lungo e tormentato (sempre nell’ipotesi che si mantenga un percorso legislativo per garantirsi la legittimità internazionale della quale abbiamo bisogno), e basta un minimo cambiamento da una stesura all’altra per far ripartire l’intero processo legislativo da zero (senza contare la necessità di superare il vaglio del presidente della Repubblica e della Corte Costituzionale, che sono chiaramente forze reazionarie), una riforma costituzionale può essere scritta da una commissione parlamentare di pochi membri e agire, con una singola commissione, su ogni tipo di rapporto sociale e di proprietà del nostro stato. Inoltre, come piccolo bonus, permetterà anche un ulteriore passaggio elettorale di conferma che garantirà maggiore autorevolezza alla nostra posizione.

Quindi non solo incisività dell’azione ma anche ampiezza e semplicità di discussione della stessa. Ed in più legittimazione popolare.

Un altro aspetto è che un progetto politico strutturato in questo modo permette l’unità dei comunisti nel modo più sincero e genuino inteso da Marx ed Engels quando dicevano che il comunismo è tutto ciò “che abolisce lo stato di cose presente”.

Un progetto come questo infatti è tutto da scrivere, permette di sviluppare davvero uno Stato socialista avendone a disposizione tutti i mezzi ed i beni materiali che derivano dalla sua condizione di paese tardo-capitalista: una tavola bianca sulla quale scrivere, anziché un continuo ed insensato esercizio di critica e di correzione a questa o quella particolare legge borghese che genera continue discussioni e contraddizioni.

Sarà più semplice riunire le forze reali che desiderano un cambiamento quando si offre loro la possibilità di influenzare il cambiamento nel modo più profondo ed incisivo possibile.

Questo ci darà l’innegabile vantaggio strategico del poter offrire un fronte ampio e reale di discussione aperto ad ogni movimento, partito o realtà  sociale. Perchè ciò avvenga è però necessario che questo fronte sia terzo e superiore alle parti coinvolte, e ne racchiuda le singole realtà mantenendo le differenze che caratterizzano ciascuno di essi.

Infine, ed è un aspetto particolarmente importante, agire a livello costituzionale permette la creazione vera e propria di una nuova autorità statale, che assuma a tutti gli effetti il posto della precedente.

Questo permetterà una totale riorganizzazione dello stato in ogni sua forma, esattamente con le modalità predette da Lenin nel suo ‘Stato e Rivoluzione’.

Questo è importante perché la nuova autorità statale potrà discutere i rapporti di proprietà (per la politica interna) e gli accordi assunti (per quella estera) partendo da zero, come se fosse un soggetto nuovo. E potrà trattare con la forza che le deriva dal percorso legittimo descritto finora.

Una nuova Italia non sarà necessariamente né membra della NATO né della UE, perché si tratta di una Repubblica appena nata che prenderà il posto della vecchia, in una sorta di ‘bailout’ nazionale.

Da un lato faremo (per usare un’espressione tanto cara ai capitalisti) una ‘good company’ dove metteremo i mezzi di produzione, il patrimonio artistico ed ambientale e le ricchezze nazionali al servizio dei cittadini, dall’altro una ‘bad company’ dove potremmo collocare tutti i Mario Monti, i Draghi, i Montezemolo ed i Benetton d’Italia e che metteremo alla porta.

Una nazione nuova, vergine, socialista, che nascerà in continuità con la vecchia ma contemporaneamente in rottura ad essa. Una nuova Italia, che prenda il posto della vecchia in un processo politico univoco ed identificabile dal punto di vista formale della legge borghese, ma al contempo ne rivoluzioni il significato più profondo.

Il testamento di una vecchia Italia morente, che lascia tutto al nipote appena nato prima che le venga staccata la spina. Un testamento che tagli fuori i parenti cattivi, avidi, profittatori, e restituisca quel poco (che è anche tanto) che rimane ad una nuova generazione che possa costruirne qualcosa di buono.

Ma questo testamento va scritto ora, subito, perchè repubblica come noi l’abbiamo sempre conosciuta sta morendo lentamente davanti ai nostri occhi. 

CONCLUSIONI

Vogliamo dedicare, prima di spingerci oltre con l’analisi dello strumento atto al rinnovo costituzionale, il Fronte Popolare, un momento a chi crede che in qualche modo un processo elettorale non sia nemmeno da considerare e sia invece da riflettere sulla costituzione di un esercito organizzato di lavoratori che soverchi le forze militari borghesi e prenda il potere politico manu militari.

Non vogliamo soffermarci sulla fattibilità o sul realismo dello scenario, quanto far riflettere costoro su un aspetto e cioè che comunque, successivamente al momento rivoluzionario da loro immaginato, una costituzione di qualche tipo andrà comunque scritta.

Anzi, a maggior ragione dovrà essere già pronta quando arriverà il momento da loro tanto atteso, visto che il potere politico passerà di mano in modo repentino.

Questo progetto non si pone in contrapposizione a loro, anzi si  pone al loro servizio, dichiarando come fine la costruzione di una legge borghese che permetta la nascita di uno Stato realmente socialista.

Non vogliamo in nessun momento negare la necessità che il proletariato prenda coscienza della sua forza e si erga contro le forze del capitale, voglio proporre un modo per dare al proletariato stesso la possibilità di scrivere la sua legge, che applicherà quando avrà la forza per farlo.

In questo senso, anche in queste parole, si veda la forza del progetto: esso non si pone come alternativa, ma come progetto comunque necessario e quindi complementare per chiunque ambisca in modo serio, credibile e con sinceri intenti rivoluzionari alla lotta politica in Italia.

IL FRONTE POPOLARE

Il Socialismo in questo specifico momento storico si presenta come l’unica soluzione realistica e risolutiva della pluralità di problemi che l’Italia si trova ad affrontare, alcuni emersi e acuiti a seguito del cambiamento socio-economico provocato dalle misure adottate per gestire la pandemia da Covid-19 altri ereditati dal passato. La situazione economica, politica e sociale del Paese non presenta più margini di miglioramento all’interno del sistema vigente.

Tra le lotte a cui deve far fronte il nostro Movimento, e qualunque altra organizzazione che si dichiara come noi socialista, si trovano indiscutibilmente la lotta per l’ambientalismo, contro l’imperialismo e contro il consumismo. Errano tuttavia coloro che distinguono queste lotte – e finiscono per mettere inevitabilmente in secondo piano, maliziosamente o in buona fede, una delle due – dalla lotta di classe; stesso discorso vale dunque per la lotta per la sovranità nazionale, che è strettamente correlata alla lotta contro l’imperialismo. Per sovranità nazionale non intendiamo certamente ciò che propugnano i cosiddetti “sovranisti”: noi siamo per la sovranità della nazione – ergo del popolo italiano –, mentre i capitalisti che si spacciano per rivendicatori della sovranità non sono altro che borghesi tendenti alla salvaguardia della medio-grande industria italiana in mano non alla nazione, ma alla borghesia che la pone da secoli in ginocchio. La lotta per la sovranità nazionale, e quindi per l’indipendenza dell’Italia dai vincoli politico-economici euro-atlantici, è una lotta imprescindibile e impossibile da scollegare dalla lotta di classe, in quanto parte di essa. La lotta di classe è lotta perenne e inconciliabile tra oppressi ed oppressori, e cioè storicamente tra lavoratori e detentori dei mezzi di produzione. Queste meccaniche che portano queste due categorie, queste due approssimative ma decisamente distinte classi in contrapposizione, in attrito, in lotta più o meno aspra tra loro, a lungo andare, a livelli macroscopici, troveranno inevitabilmente conflitti altrettanto macroscopici tra Stati soggiogatori e Stati soggiogati, i cui primi sono rappresentanti da una borghesia nazionale ben più organizzata e sviluppata rispetto alla borghesia nazionale rappresentata nella seconda. È consequenziale il fatto che se un Paese soggiogato da un altro Stato (e non un altra nazione, seppur di Stati-nazione stiamo parlando) riuscisse a sollevarsi scrollandosi di dosso le catene a cui la borghesia nazionale ed internazionale l’ha tenuta legata, il Paese che dapprima opprimeva subirà per reazione della propria borghesia, che con la brusca interruzione delle entrate per via della improvvisa cessazione dello sfruttamento della forza lavoro e delle risorse del Paese soggiogato, sarà costretto a riversare la propria repressione sul proprio popolo già martoriato, innescando un circolo vizioso che porterà i lavoratori ad acquisire sempre più coscienza di classe, e facilitare quindi la fine stessa della borghesia. Insomma la Rivoluzione è un dovere, ed attuarla nel proprio Paese, scacciando via borghesia nazionale ed internazionale (quindi imperialista), non solo libera il popolo nazionale, ma facilita anche la lotta degli altri popoli che, in un modo o in un altro, sono strettamente correlati all’impero borghese spodestato e che si avvicina sempre più al proprio tracollo. Allontanandoci dal campo teorico e generale, spostandoci invece verso l’analisi del caso concreto e specifico dell’Italia, viene da sé che un uscita del nostro Paese dai vincoli europei e dai trattati atlantici porterà sia l’Unione europea che la Nato ad affrontare forti carenze sia nelle entrate di introiti frutto del lavoro del popolo italiano – che, invece di finire nei fondi pubblici, son finiti nelle tasche dei capitalisti nazionali e stranieri, produttori di armi o artefici di usuraie meccaniche finanziarie –, che della perdita di un importante tassello strategico a livello geopolitico, la perdita, insomma, di una rampa di lancio posta al centro del mediterraneo ed utilizzata sia per proficui scambi commerciali che per aerei ed altri mezzi militari spediti poi in Africa, medio oriente, e più in generale verso sfortunate terre dell’est. Nel caso specifico dell’Italia quindi, così come della gran parte dei Paesi europei, una lotta di liberazione dal sistema di sfruttamento dell’uomo sull’uomo dovrà inevitabilmente avere un altrettanta impronta nazionale, che porterà noi italiani ad una liberazione da padroni “italiani” e stranieri – così come molti Paesi del terzo mondo avranno finalmente un nemico, una borghesia nazionale imperialista in meno da lottare, e un Paese amico in più dalla loro parte.

L’Italia è sempre stata sottoposta, direttamente o indirettamente, al dominio di potenze straniere. Tale dominazione è avvenuta con la connivenza della classe borghese nazionale che è stata al tempo stesso garantita dalla condizione di subalternità dell’Italia e garante della stessa. Nel nostro Paese quindi la questione della lotta di classe non può essere separata dalla lotta per l’indipendenza nazionale in quanto l’ottenimento del potere politico da parte del proletariato e la conquista della sovranità popolare comporterebbe non soltanto la fine del potere della borghesia ma inevitabilmente la fine della condizione di subalternità rispetto agli Stati Uniti, all’Unione Europea e qualsiasi altra forza imperialista esterna allo Stato che vedesse tutelati i suoi interessi dal sistema capitalistico nazionale. Viceversa la lotta per l’indipendenza nazionale comporterebbe lo scontro con le potenze imperialiste e con l’imperialismo in sé andando per forza di cose a mettere in discussione le cause stesse dell’imperialismo e quindi il sistema capitalistico, l’indipendenza nazionale non potrebbe essere mantenuta a lungo, e anzi sarebbe unicamente esteriore e di facciata, restando un ingranaggio del sistema del capitalismo globale. Soltanto con l’instaurazione del Socialismo la sovranità popolare e l’indipendenza nazionale possono essere conquistate e mantenute durevolmente. Costruire il Socialismo però non significa soltanto cambiare il sistema di produzione, e quindi andare verso l’eliminazione delle classi sociali, ma significa costruire ex novo la società italiana. In ciò sta l’unico rimedio possibile al degrado culturale e umano raggiunto nella nostra penisola. Con il Socialismo si dovranno ribaltare le priorità della società e dell’economia mettendo al centro quegli aspetti che oggi il sistema capitalistico ignora. Per fare due esempi, verranno risolti i problemi legati all’inquinamento e alla deturpazione ambientale dovuti per la maggioranza a interessi di tipo privato imprenditoriale e alla sovrapproduzione di beni caratteristico della società del consumo. Con il Socialismo l’eliminazione delle multinazionali farmaceutiche e della sanità privata, e il recupero della sovranità monetaria renderanno possibile investire massicciamente nella ricerca scientifica dando anche possibilità di esercitare la propria professione a tutti i giovani laureati in discipline mediche e scientifiche che oggi stentano a trovare occupazione o sono sottoposti ai diktat delle case farmaceutiche e della mafia della sanità privata. 

La transizione al Socialismo è, anche per il nostro paese, non solo assolutamente possibile, ma unica prospettiva in grado di ricostruire i tessuti sociale e produttivo italiani. Solo la pianificazione economica, la progressiva restrizione dell’influenza del mercato, l’apertura di spazi democratici sempre maggiori, in definitiva la presa del potere da parte della classe lavoratrice, possono invertire la rotta per la quale l’Italia è stata lanciata con forza. La terziarizzazione dell’economia, il controllo politico divenuto ormai palese “amministrazione fiduciaria” euro-atlantica, il continuo impoverimento integrale delle masse compongono uno scenario che sembra inevitabile, ma una via d’uscita esiste: la distruzione del sistema responsabile. Il Capitalismo, grazie alle sue intrinseche forze anarchiche e distruttive, ha generato lo stato di cose attuale, con un paese ridotto in ginocchio, un paese di camerieri, di “ristoranti tipici”, un paese di spiagge per ricchi ed alberghi, un paese privato di qualsiasi produzione industriale, chimica, energetica, di capacità di programmazione  economica, di possibilità d’intervento economico, privato di democrazia e di autodeterminazione.

“Per fare la rivoluzione coreana dobbiamo conoscere la storia e i costumi del popolo coreano e la geografia della corea. Solo in questo modo ci sarà possibile educare il nostro popolo in maniera conveniente e ispirargli un amore ardente per il suo paese” (Kim il Sung, “Sull’eliminazione del dogmatismo e del formalismo e il costituirsi del Juche nel lavoro ideologico”) . Per la costruzione del Socialismo in Italia è necessario in primis conoscere il nostro paese, la sua storia, le sue peculiarità, ed individuare quindi il percorso da affrontare.

Non è possibile creare una nuova Italia senza conoscere l’Italia, senza conoscere la sua storia, la storia del popolo italiano, della sua oppressione e della sua resistenza. Senza conoscere le specificità economiche, culturali e storiche della nostra terra, qualsiasi proposta politica sarà inesorabilmente viziata da un mancato contatto con la realtà, sarà al più un’estemporanea enunciazione di formule generali, di semplificazioni, una retorica debole e destinata alla sconfitta. Lo studio è quindi essenziale, ma esso non può fermarsi al passato. L’analisi delle condizioni materiali dell’Italia attuale è ovviamente altrettanto prioritaria, e non può che essere continuamente promosso ed approfondito. E’ solo grazie all’analisi concreta della situazione concreta che potremmo porre in maniera esatta la questione della trasformazione Socialista ed indirizzarci verso di essa.

La sfida è assai complessa: da un lato l’avanzamento tecnico e logistico di un paese centrale nel sistema capitalista permettono di affrontare la transizione al Socialismo, mentre la polarizzazione della lotta di classe unita al venir meno dello stato sociale e degli spazi democratici creano condizioni oggettive indubbiamente soddisfacenti, dall’altro la centralità dell’Italia in seno al campo imperialista e al sistema capitalista rendono la morsa ideologica liberal-borghese assolutamente potente, mentre gli strumenti repressivi, sia culturali che fisici, sono al massimo grado di sviluppo tecnico. L’inasprimento delle condizioni delle masse popolari sta però portando ad riacquisto di popolarità delle soluzioni socialiste, sia esplicitate come tali che semplicemente  frutto di una reazione alle insostenibili contraddizione del sistema. Sempre meno fiducia viene riposta nel capitalismo e nella cosiddetta “democrazia” liberale, mentre sempre più a gran voce viene richiesto un cambiamento. In questa situazione è dovere dell’avanguardia politica sviluppare e tutelare le rivendicazioni delle masse, mai come ora sottomesse ed abbruttite.

La componente soggettiva, l’organizzazione politica delle masse popolari, è ciò che permette di sfruttare l’esplosione delle contraddizioni insite nel sistema vincendo la resistenza posta da esso. E’ questa parte parte oggi a mancare in Italia. Mentre le condizioni oggettive sono mature per la costruzione del Socialismo nel nostro paese, quelle soggettive appaiono terribilmente arretrate, condannando le masse all’egemonia culturale borghese e alla negazione di una qualsiasi prospettiva politica propria. Ma di quale soggettività si ha bisogno? Le formazioni comuniste o socialiste abbondano, così come abbondano sigle sindacali, associazioni politiche e culturali, oltre che movimenti “di base” nati su particolari vertenze e questioni. Un partito di massa è una costruzione storica. Esso non si può improvvisare, non nasce solo perché vi è la volontà di renderlo reale. 

Lo strumento di cui oggi si ha bisogno è il Fronte Popolare. Gli esempi della storia recente parlando chiaro, dalla Bolivia al Venezuela, cosiccome è anche la storia a rivolgerci un messaggio chiaro: il Fronte Popolare si è dimostrato lo strumento più efficace e solido di lotta al fascismo, e cosa è l’odierno regime neoliberista se non la riproposizione della “dittatura terroristica aperta degli elementi più reazionari, più sciovinisti e più imperialisti del capitale finanziario.” 

Date le condizioni presenti lo strumento più idoneo alla conquista del potere politico è un soggetto costituito da tutte le associazioni, movimenti, partiti e intellettuali che in condizioni di parità e rispetto reciproco delle proprie peculiarità costituiscano un fronte unito per il Socialismo. Queste realtà dovranno concordare senza riserve e difendere in maniera ferrea pochi capisaldi: l’antimperialismo che in questo preciso momento storico significa uscire dall’Unione Europea e dall’area Euro, uscire dalla NATO e la fine della sottomissione agli Stati Uniti; il rovesciamento radicale dei rapporti di forza e la rottura totale con qualsiasi formazione di sinistra e non solo legata all’establishment. Questo soggetto politico dovrà dotarsi di uno statuto che regoli i diritti, gli obblighi e il tipo di relazione che intercorre tra le forze che ne fanno parte nonché la linea politica cardine del fronte così da dare concretezza e formalità al progetto politico ed evitare di creare l’ennesima formazione che nasce e resta un’astrazione fino a sciogliersi per incomprensioni e mancanza di una prospettiva strategica comune. Non è possibile né necessario oggi che le forze politiche si annullino e formino un unico soggetto più grande, non è pretendibile, sarebbe ad oggi una richiesta priva di motivazione politica e basata soltanto su uno sfizio formale evitabile. Questo fronte è il soggetto politico che guiderà la rivoluzione socialista in qualsiasi condizione essa si svolga. 

Il Fronte Popolare non servirà solo da strumento di lotta politica, ma riuscirà al contempo ad estendere l’egemonia socialista all’interno di tutta la folta schiera di movimenti e comitati dissenzienti rispetto al sistema attuale ma politicamente arretrati, incapaci di vedere al di là dei problemi della loro propria cerchia. Ma per far questo sarà necessario evitare qualsiasi “riunione di famiglia” della sinistra radicale, per andarsi invece a concentrare su quelle forze che realmente possono essere considerate popolari, come i movimenti di lotta di lavoratori e cittadini sorti in risposta alla crisi economica, o quei gruppi politici che nella pratica come nell’elaborazione politica si sono dimostrati in grado di cogliere le contraddizioni del nostro tempo, e di porle in luce da una prospettiva popolare, anche se si dovesse parlare di organizzazioni al di fuori della galassia post-PCI.

L’azione politica del Fronte Popolare non dovrebbe essere indirizzata alla richiesta di riforme progressiste o dal sapore egualitario, ma posta sui binari della costruzione di un’Italia completamente diversa dall’attuale, sui binari di una vera rivoluzione socialista. Per questo dovrà occupare sistematicamente tutti fronti, da quello parlamentare a quello culturale, avendo però cura di aprirne uno nuovo, di questi il principale: la costruzione sul territorio di un vero potere popolare da contrapporre alla tirannia dell’alta borghesia. 

Lo sviluppo socialista dell’Italia dovrà tener conto dei trascorsi storici dell’Italia, ponendosi come perfezionatore e prosecutore di tutte le esperienze rivoluzionarie delle nostra storia, deve avere come base lo studio della nostra terra, la conoscenza della nostra economia, dei nostri trascorsi politici, del nostro patrimonio culturale. Non si può costruire una nuova Italia socialista senza avere una Patria ideale da contrapporre alla realtà attuale. In ciò vi è la più profonda distinzione fra l’antagonismo disobbediente e la politica rivoluzionaria. Il Patriottismo né quindi elemento quindi fondamentale, non solo in quanto principio, ma anche in quanto strumento. La mancanza di patriottismo, eretta a valore da chi è solito unire una fraseologia massimalista alla prassi più concertativa ed innocua, è sintomo di mancanza di visione politica globale e della volontà di porre in termini reali la conquista da parte del proletariato del potere politico. 

Per delineare una strategia che porti all’assunzione del potere forze socialiste è necessario comprendere il momento storico e analizzare l’ambiente sociale, economico e culturale nel quale queste forze devono muoversi. Il popolo italiano è segnato da profonde ferite che mai nessuna classe dirigente ha compreso e risanato ma anzi, ogni fase storica successiva ha contribuito a rinforzare le lacerazioni precedenti e farne sedimentare delle nuove. Nell’Italia del 2021 le questioni irrisolte (reali o percepite che siano) legate al processo unificativo italiano, al ventennio fascista, alla Resistenza e al dopoguerra sono ancora vive e condizionano pesantemente in negativo l’unità del popolo italiano e il senso di appartenenza contribuendo ad acuire l’alienazione dei singoli individui dal contesto nel quale sono inseriti e il disinteresse verso la cosa pubblica. L’Italia è contemporaneamente sia paese vittima dell’imperialismo che paese imperialista. Anzi, l’essere vittima di imperialismo è per molto conseguenza della funzione strategica che l’Italia ricopre come paese imperialista dal punto di vista geopolitico. Questa particolare condizione ha fatto sì che il dominio culturale anglo-americano nel nostro paese sia stato particolarmente pervasivo ed abbia avuto la specifica conseguenza di non far percepire alla popolazione autoctona la sua stessa condizione di dominati ma anzi, e questo in corresponsabilità con l’ordoliberalismo tedesco, far sorgere un sentimento di autorazzismo, senso di colpa e di conseguenza un comportamento servile, remissivo e acquiescente verso ogni attacco alla dignità personale e del Paese. Sul piano culturale una forza politica che si trovi ad agire in Italia si trova di fronte il grande ostacolo dell’anticomunismo, che si delinea tanto nel disprezzo e nel timore del comunismo quanto nella convinzione che esso sia un qualcosa di utopico o peggio intrinsecamente destinato al fallimento. La maggior parte delle persone è completamente priva di una qualsiasi coscienza di classe, e tantomeno una coscienza politica, e non è quindi in grado di inquadrare dal punto di vista storico e geopolitico gli avvenimenti quotidiani, complici per la grande maggioranza i media. Il tessuto sociale è completamente disintegrato, quindi l’azione politica del Fronte Popolare dovrà  porsi come obiettivo non soltanto la politicizzazione delle persone, ma anche la ricostruzione del tessuto sociale e delle comunità locali per quanto riguarda i rapporti sociali e interpersonali degli abitanti di un particolare territorio.

Un grande problema nella costruzione del Socialismo è quello della sfera prettamente politica. La cosiddetta sinistra è un insieme di piccole forze nessuna delle quali è in grado di assumere la guida politica e di coinvolgere le masse impegnate fino ad ora quando a ragione quando a torto in faide tribali basate di più sugli antagonismi personali che su divergenze ideologiche. Una parte di queste forze invece non ha mai rotto decisamente con la “sinistra” borghese legata al PD, il quale rappresenta oggi una forza il cui potere è ramificato nei più svariati apparati della società, a partire dalla pubblica amministrazione, passando per i sindacati dei lavoratori fino ad arrivare ai sindacati e alle associazioni studentesche. Molte delle forze di sinistra, finanche nominalmente comuniste, sono unicamente l’abito nuovo del Partito Democratico, vere e proprie stampelle o liste civetta. 

Sia adesso che dopo, una volta ottenuto il potere politico l’Italia si troverà di fronte qualsiasi tipo di pericolo e di attacco da parte della borghesia nazionale, delle forze imperialiste, degli apparati statali ad esse fedeli, dei media e della criminalità organizzata usata come manovalanza. Questi attacchi comporteranno periodi non facili per il popolo italiano e per chi sarà al governo, rischiando questi ultimi finanche l’incolumità fisica. La rivoluzione socialista è destinata al fallimento se non sarà supportata dalla maggioranza del popolo nel profondo della loro coscienza, in modo tale che esso non ceda ai ricatti, alla violenza e alle trappole propagandistiche dei capitalisti interni e stranieri. Questo ora non è possibile: le condizioni culturali e sociali attuali non consentirebbero di reggere l’urto degli attacchi imperialisti e, se anche i socialisti avessero il potere politico, questo sarebbe estremamente precario, soggetto a destabilizzazioni e impossibilitato a fare qualsiasi riforma strutturale essendo diviso dalla società civile. Per questo il fronte dovrà far sì che si sviluppi una coscienza nazionale, di classe e politica diffusa, la cui propaganda dovrà essere incentrata di volta in volta sulle contraddizioni specifiche del settore sociale al quale si rivolge così da risanare anche le molteplici fratture in seno al popolo e sostituire ad esse un sentimento condiviso contrapponendo gli interessi, gli ideali e il linguaggio dei lavoratori a quello dei parassiti sociali dell’alta borghesia. In questa maniera dovrebbe crearsi in mezzo al popolo una massa critica. Non è necessario che la massa sia intransigente quanto il fronte o altrettanto minuziosamente cosciente al livello politico, quello che conta è che questo movimento di massa sia coeso nel supporto attivo o solamente ideale della linea politica generale del fronte, saldo nella sua fiducia per il nuovo corso impresso al paese. Il fronte dovrà diventare il punto di riferimento di tutti i lavoratori, compreso il vasto mondo della “piccola borghesia” proletarizzata e lavoratrice, le cui condizioni sono assolutamente assimilabili a quelle del proletariato essendo di fatto non in grado di disporre in maniera libera dei propri mezzi di produzione e relegata nel medesimo stato d’inferiorità politica e sociale. 

La difesa della sua piccola proprietà unita alle condizioni materiali reali condivise con il proletariato, a volte altrettanto precarie, non la pongono tanto in contrasto con le rivendicazioni della classe operaia quanto piuttosto in polemica con un eventuale movimento politico che proponesse l’abolizione della loro proprietà privata. Questo non è frutto però della difesa di un interesse materiale di classe, come è invece per la media borghesia sopravvissuta senza troppi danni alla crisi, ma è la difesa di un retaggio culturale e di uno status più simbolico che reale. Non è in questo caso un conservatorismo legato al mantenimento di un qualche privilegio economico, che non è più presente, ma un conservatorismo legato all’attaccamento idealistico alla propria proprietà e alla consuetudine. È tuttavia da contraddistinguere questi dalla piccola borghesia – spesso realmente esistente e che va via via affermando la propria visione in genere accompagnata da variegate teorie del complotto – di natura prettamente reazionaria, che punta, con dubbie ed astoriche motivazioni e mezzi di fatto improbabili, un ritorno ad un capitalismo idealistico con un mercato composto più che altro da piccoli imprenditori, ignorando quindi di fatto la naturale tendenza del capitale nell’accentrarsi nelle mani di pochi. Per questo motivo e perché ogni categoria ha dei problemi provocati direttamente al sistema capitalistico, compito del fronte è offrire un’alternativa politica concreta in senso socialista alla quale la maggior parte delle categorie sociali oppresse possano aspirare e per la quale siano motivate alla costruzione della nuova società socialista. Dal punto di vista pratico è necessario che il fronte si radichi nel territorio e che sotto la sua gestione politica si formino dei comitati di cittadini e lavoratori attivi che si mobilitino sui problemi del territorio, creando da se stessi l’organizzazione popolare in grado di fornire tutele e di garantire i diritti delle masse. 

La mobilitazione, oltre ad espandere la notorietà del fronte e delle forze che lo compongono, deve essere un mezzo attraverso il quale quella che è la massa critica che si deve formare sia sempre più autosufficiente nella comprensione e nella gestione delle problematiche territoriali. Essa deve essere un primo passo verso l’autorganizzazione per la risoluzione dei problemi della più varia natura che interessano i membri della comunità, fino ad arrivare al punto in cui i rappresentanti delle istituzioni pubbliche locali e nazionali passino non solo da essere utili alla soddisfazione dei bisogni all’essere inutili, ma giungano ad essere posti nella condizione di essere di ostacolo alla stessa. Le elezioni in questa ottica sono solo uno strumento per la crescita del movimento di massa e di affermazione della sua linea politica in sede istituzionale. L’utilità pratica può essere al livello locale dove un’eventuale vittoria delle forze socialiste può dare legittimità politica formale al movimento sociale con tutto quello che ne consegue. Un comune nel quale il movimento fosse forte e fosse anche istituzionalizzato sarebbe, con tutte le differenze e i tanti limiti oggettivi del caso, una miniatura della futura Italia socialista. Tanti comuni in queste condizioni sarebbero non solo il fulcro del contropotere popolare, ma di un contropotere politico formale a quello centrale in mano ai partiti politici borghesi. E’ necessario altresì radicarsi nei luoghi delle alleanze strategiche concrete come fabbriche, aziende logistiche, grande distribuzione, lavoratori del trasporto pubblico e privato nonché, lavoratori portuali e aeroportuali e cioè quelle forze che hanno, di fatto, le redini del funzionamento materiale del Paese. Non è possibile ora stabilire a priori quale forma assumerà la lotta politica in Italia. Qualsiasi essa sia i due strumenti imprescindibili, date le condizioni attuali dell’Italia, sono un soggetto politico individuato nel Fronte Popolare e una massa critica che sia rappresentata e promossa da esso.