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L’importanza di Giuseppe Mazzini nella costruzione del movimento socialista ed operaio

di Leonardo Sinigaglia

“L’epoca nuova è destinata a costituire l’Umanità, il Socialismo” (G. Mazzini, lettera a C. Battaglini, dicembre 1834)

Il 10 marzo 1872 moriva a Pisa Giuseppe Mazzini. Andava così a scomparire una delle figure più caratterizzanti dell’Ottocento italiano, un uomo che si era totalmente sacrificato in nome dell’ideale politico e della causa dell’indipendenza italiana. Ma nonostante ciò non si può dividere il Mazzini uomo dalla sua azione politica, che anzi mostra pienamente i caratteri dell’ambiente culturale e sociale dove Mazzini nacque e visse. Originario di Genova, la sua vita errabonda tra esili e cospirazioni non lo emancipò mai del tutto da ciò che aveva assorbito dalla sua terra e dalle idee che ivi erano diffuse. Una città fra le economicamente più avanzate d’Italia, di fiera tradizione repubblicana, dove le mura cittadine segnavano un marcato confine fra l’entroterra agricolo e una società artigiano-mercantile relativamente benestante ma ancora lontana dai grandi sviluppi industriali del settentrione europeo. La sua posizione di porto strategico nel Mediterraneo Occidentale avevano reso Genova crocevia di idee e uomini, mentre la vicinanza con la Francia aveva reso la regione facilmente permeabile alle influenze di questa. I legami con la Francia si fecero più diretti dopo la Campagna d’Italia napoleonica, con la creazione della Repubblica Ligure e la presa del potere da parte della compagine politica liberale filo-francese. Influenzato culturalmente dal suo ambiente famigliare e da quello cittadino, il pensiero politico di Mazzini fu sempre caratterizzato da una profonda enfasi sulla questione morale e sul Dovere, che egli poneva al centro della sua visione. Ne deriva una prospettiva dai toni spiritualistici, quando non misticheggianti, una prospettiva che pone i problemi della contemporaneità, tanto quello dell’indipendenza nazionale quanto quelli materiali delle classi subalterne, come questioni eminentemente morali prima che politiche. E’ attraverso l’educazione e l’esempio che la società può essere corretta, e la costruzione di uno stato unitario democratico ha esattamente questa funzione: strumento per educare ad una nuova moralità, per creare una società fondata su basi differenti, basi indubbiamente egualitarie e, in un certo senso, libertarie.
Ma per quanto la sua visione possa sembrare profondamente viziata dalla pregiudiziale spiritualista e le soluzioni da lui proposte inadeguate a raggiungere lo scopo, non per questo si deve andare a negare quella che fu l’importanza del pensiero e dell’opera di Giuseppe Mazzini, non solo come espressione di quell’ala del Risorgimento sconfitta, propugnatrice non già dell’allargamento del regno Sabaudo, ma della creazione di una nuova Italia, ma anche per il suo ruolo nella costruzione del movimento operaio e socialista italiano, come espressione di una particolare fase di questo.
Se le scoperte del Socialismo Scientifico hanno fornito un solido sistema d’analisi del mondo materiale, sarebbe errato ed ipocrita ritenere queste frutto di una “rivelazione”, essendo invece prodotto di un percorso storico plurisecolare, conquista importantissima ottenuta non solo grazie all’ingegno di Karl Marx e Friedrich Engels, ma anche alle innumerevoli generazioni che prepararono loro il terreno. Mazzini in quest’ottica è pienamente contestualizzabile nel suo tempo e nella sua società, parto di un’Italia dove l’influenza della religiosità era ancora fortissima e i latitanti sviluppi industriali non avevano ancora permesso la formazione di un proletariato ampio e diffuso. Possiamo vedere nel suo pensiero non già espressione di conservatorismo ed arretratezza dell’analisi, ma al contrario una delle espressioni più avanzate del pensiero democratico e rivoluzionario del tempo, arrivando a poter essere considerato alla pari della produzione di Pisacane, del Ferrari e del Buonarroti.
Può Mazzini essere considerato per questo socialista?
Se la domanda è posta avendo come base il socialismo scientifico marxista, la risposta è ovviamente negativa. Mazzini mai condivise, anzi sempre respinse con vigore, ogni prospettiva materialista, viste da lui come foriere d’egoismo e meschinità. Con lo stesso Marx Mazzini battagliò per anni, in specie durante la lotta per l’egemonia all’interno della Prima Internazionale e al nascente movimento operaio.
Ma il Socialismo non può essere ridotto al mezzo dell’analisi scientifica. E da un punto di vista generale non si può che concludere che che Mazzini fu indubbiamente socialista., seppur fautore di una forma di “socialismo non proletario, premarxista” (V. Lenin, “Karl Marx: breve saggio biografico ed esposizione del marxismo”). La società da lui propugnata, spurgando il suo pensiero dalle influenze formali piccolo borghesi e dalle errate analisi, non può che definirsi socialista. “Un giorno, saremo tutti operai, cioè vivremo tutti sulla retribuzione dell’opera nostra in qualunque direzione s’eserciti. L’esistenza rappresenterà un lavoro compiuto. Ma codesto è l’avvenire; l’avvenire per cui lavoriamo. Il presente è diverso. E non muovendo da esso, noi ci esporremmo a perpetuarlo, mentre intendiamo a mutarlo. Esistono in Italia, come d’appertutto, due classi d’uomini: gli uni possessori esclusivamente degli elementi d’ogni lavoro, terre, credito, o capitali; gli altri privi di tutto fuorché le loro braccia. […] Gli uomini della prima classe combattono per assicurare ed accrescere gli agi e le superficialità della vita; gli uomini della seconda per assicurarsi la vita. […] Le insurrezioni fino ad oggi tentate ebbero carattere esclusivamente politico: il lavoro attuale tende a far sì che la prima insurrezione porti carattere politico e sociale ad un tempo.” (G. Mazzini, “Necessità dell’ordinamento speciale degli operai italiani”, in “Apostolato popolare”, 15 aprile 1842) In queste righe noi possiamo leggere la grandezza di chi, pur deficitando di qualsiasi strumento d’analisi scientifica dei rapporti fra le classi, riesce ad esplicitare in termini chiari la cesura fondamentale della società: quella fra chi lavora e non guadagna e chi guadagna e non lavora. La contraddizione fra i diritti liberali e la realtà capitalista è pienamente compresa e attaccata: “ “Tre quarti almeno degli uomini che appartengono alla classe operaia, agricola o industriale […] lavorano almeno dieci, dodici, talvolta quattordici ore della loro giornata, e da questo assiduo, monotono, penoso lavoro, ritraggono appena il necessario alla vita fisica. Insegnare ad essi il dovere di progredire, parlar loro di vita intellettuale e morale, di diritti politici, di educazione, è, nell’ordine sociale attuale, una vera ironia” (G. Mazzini, “Dei doveri dell’Uomo”) Non solo: Mazzini arriva anche, caso encomiabile in una fase storica segnata dalla mancanza di strutture organizzate o da tendenze corporative, a sostenere la necessità dell’autonomia politica della classe operaia. Leggiamo infatti: “Braccia d’operai conquistarono la Bastiglia: che cosa ottennero dalla rivoluzione francese? Braccia d’operai rovesciarono il trono di Carlo X: cosa ottennero le moltitudini dall’insurrezione del 1830? Le associazioni, che prepararono in Italia il terreno ai movimenti del 1831, erano popolate d’operai: quali provvedimenti furono, non dirò presi, ma indicati da lungi alla speranza delle classi operose, perchè i padri si confortassero nell’idea che sorriderebbe ai figli un migliore avvenire? Gli operai delle città di provincia decisero in Inghilterra nel 1831 la questione della riforma: perché i pochissimi miglioramenti che originarono dal bill conquistato non fruttarono che alle classi medie? Mancava agli operai un ordinamento speciale; mancava quindi l’espressione regolare, insistente, imponente de’ loro bisogni. L’operaio si frammise a movimenti originati e diretti dalle classi medie, si confuse nelle vaste fila della Carboneria, scese in piazza a combattere, com’uomo, come cittadino, non come operaio. Venne in ajuto, come cifra numerica aggiunta alla lotta, non come elemento dello Stato, a classi che erano col fatto ordinate da secoli, e considerate da secoli come elementi della società. Accettò quindi necessariamente il loro programma, non diede il suo. S’anche, avvedendosi che i diritti politici senz’altro non gli fruttava, egli avesse, il dì dopo aver combattuto, esposto i proprî bisogni, era tardi: voce non collettiva ma d’individui, il rumore che menavano le classi ordinate istigatrici del movimento doveva disperderla, e la disperse.” (G. Mazzini, “Necessità dell’ordinamento speciale degli operai italiani”, in “Apostolato popolare”, 15 aprile 1842). La necessità quindi della formulazione di rivendicazioni propriamente operaie, espresse al di fuori del controllo borghese, era pienamente sentita e riconosciuta. Rimanendo ancora sul terreno della questione economica possiamo vedere come anche la natura del salariato venisse compresa da Mazzini, seppur unicamente in virtù del rapporto di potere che si andava a creare fra padrone e lavoratore. “v’è progresso nella condizione della classe alla quale voi appartenete: progresso storico, continuo, che ha superato ben altre difficoltà. Voi foste schiavi, voi foste servi, voi siete in oggi assalariati. V’emancipaste dalla schiavitù, dal servaggio; perché non v’emancipereste dal giogo del salario per diventare produttori liberi, padroni della totalità del lavoro della produzione ch’esce da voi? Perché tra l’opera vostra e l’opera della Società, che ha doveri sacri verso i suoi membri, non si compirebbe pacificamente la più grande, la più bella rivoluzione che possa idearsi, quella che, dando come base economica al consorzio umano il lavoro, come base alla proprietà i frutti del lavoro, raccoglierebbe, sotto una sola legge d’equilibrio tra la produzione e il consumo, senza distinzione di classi, senza predominio tirannico d’uno degli elementi del lavoro sull’altro, tutti i figli della stessa madre, la PATRIA?” (G.Mazzini, “Dei doveri dell’Uomo”).
La questione economica viene posta in termini espliciti da Mazzini, ma sempre da una prospettiva cittadina e suscettibile di influenze piccolo borghesi. Sarà solo dopo l’Unità “che Mazzini si farà a considerare con maggiore attenzione i problemi delle campagne, fino a porre l’accento sulle necessità di dare la terra ai contadini che ne erano privi, avviando la formazione di un nuovo ceto di piccoli proprietari. Egli insisterà allora sull’opportunità per il Partito d’Azione di occuparsi non soltanto dei lavoratori delle città, […] ma anche della classe agricola, per migliorarne le sorti, iniziando un’opera sistematica di apostolato nelle campagne, dove, come scriveva nel ‘65, ‘vive negletta…una classe numerosa, sorgente della principale ricchezza dello Stato, nella quale i mutamenti civili e politici passano inavvertiti, perché inutili ad essa’. Accanto all’abolizione della coscrizione poi del dazio sul macinato Mazzini chiederà pertanto […] l’assegnazione alle associazioni agricole da lui auspicate delle terre incolte, dei beni demaniali, dei possedimenti del clero incamerati dallo Stato e delle terre già sottoposte ad usi civici e successivamente usurpate […].” (F. Della Peruta, “Democrazia e Socialismo nel Risorgimento”). CIò rappresentò una tarda evoluzione della strategia politica mazziniana. Precedentemente, le masse contadine, pur rappresentando una discreta percentuale della società italiana, furono sistematicamente dimenticate a favore del popolo cittadino. “la vera vita d’Italia è nei popolani della città. Il contado, l’elemento agricolo, non è avverso, ma indifferente” (G.Mazzini, “La situazione”), questo era il lapidario, e assolutamente sbagliato, giudizio di Mazzini sulle masse contadine italiane. Come sottolineerà Antonio Gramsci, proprio questo mancato riconoscimento delle masse rurali contadine come massa rivoluzionaria paralizzò non solo Mazzini e il Partito d’Azione, ma ogni possibilità di trasformare il Risorgimento in qualcosa di diverso dall’espasione del dominio dei Savoia. “Perché il Partito d’Azione non pose in tutta la sua estensione la quistione agraria? Che non la ponessero i moderati era ovvio: l’impostazione data dai moderati alla questione nazionale domandava un blocco di tutte le forze di destra […] Solo dopo il ‘53 Mazzini ebbe qualche accenno sostanzialmente democratico, ma non fu capace di una radicalizzazione decisiva del suo programma astratto”. (A. Gramsci, “Il rapporto città-campagna nel Risorgimento e nella struttura nazionale”) Nonostante gli accenni redistributivi durante la Repubblica Romana, si veda il decreto 15 aprile 1849, la questione agraria fu per larghissima parte disconosciuta dal movimento mazziniano, che rimase sempre vittima del vizio di fondo cittadino e piccolo borghese.
E’ appunto negli effetti pratici dell’idealismo che si riscontra il vero vulnus dell’opera teorica e pratica di Giuseppe Mazzini. Se da un lato esso gli garantì una fede incrollabile e una coerenza difficilmente raggiungibile, dall’altro impedì la pianificazione di una strategia concreta per il mutamento della società. I richiami all’Associazione, al Dovere, alla lotta per la libertà furono tanto moralmente giusti quanto difficili da comprendere e soprattutto da mettere in pratica, in specie per le masse popolari, per le quali il richiamo alle condizioni materiali e un piano scientifico d’emancipazione avrebbe sì rappresentato lo stimolo giusto per convincerle a porsi al servizio della causa rivoluzionaria.
Fu sempre questa prospettiva idealista a porre Mazzini in contrasto con la rivendicazione della lotta di classe. Mazzini sognava di poter “educare” la borghesia ad abbandonare i suoi privilegi grazie ad una nuova morale, immaginava una società di liberi produttori, senza più padroni e servi, raggiunta tramite un rinnovato sentimento di fratellanza. E’ inutile dire come i richiami alla fratellanza universale, per quanto giusti contenutisticamente, valgano poco posti di fronte ad una guerra, non già scatenata dal proletariato, ma anzi dalle classi dominanti che con la loro stessa esistenza creano morte e conflitto.
A Mazzini non mancò la tensione ideale, e non mancò nemmeno la capacità di rappresentare esso in immagini. Mancò la capacità di analizzare il mondo reale per pianificarne il cambiamento. Fu questo un difetto del singolo piuttosto che frutto del contesto nel quale egli si trovò a nascere e ad agire? La risposta non ha importanza, e non cambia la sostanza. Mazzini e il suo contributo in seno al movimento socialista ed operaio, il suo impulso dato all’associazionismo, con la creazione di società di mutuo soccorso e di leghe dei lavoratori, fu assolutamente importante e fondamentale, ma va visto per quello che è stato, ossia una tappa di un percorso più grande, una momento dell’evoluzione del movimento rivoluzionario italiano che dev’essere necessariamente sì rivendicato, ma analizzato, criticato e superato.
L’eredità che Giuseppe Mazzini ci lascia rappresenta ancor oggi un esempio a cui guardare non solo per la sua opera sociale e politica, ma anche per le sue qualità di instancabile rivoluzionario, capace di cadere mille volte e sempre di rialzarsi. Nemmeno con la morte venne meno la sua opera ed il suo esempio, che venne raccolto dalle migliaia di società operaie evolutesi poi in sindacati e nel Partito Socialista, poi Partito Comunista Italiano, dai suoi più giovani amici come Aurelio Saffi, dai volontari garibaldini in Grecia nel ’92, nel ’98, in Francia nel ’14 e in Spagna nel ’36, per finire con le brigate partigiane nella guerra antifascista di liberaziobne nazionale. Ancora attuali sono i suoi moniti nei confronti dell’interesse materiale, poichè se non posto alla tutela di un più ampio disegno, che lui dipingeva come morale e religioso ma di cui altre interpretazioni sono possibili, è soggetto alla degenerazione in egoismo, in ricerca dell’utile materiale. Corretti con una sana dose di realtà, che possiamo dire bilanci il suo idealismo, i suoi scritti sono fonte d’inestimabile valore per la crescita politica, e la sua biografia patrimonio di tutti gli oppressi e gli uomini che anelano alla libertà, convinti che l’avvenire debba avere il libero sviluppo di ciascuno come condizione per il libero sviluppo di tutti.
Possiamo vedere nel suo corteo funebre, che accompagnò il feretro giunto a genova per tutta la Valbisagno, una simbolica rappresentazione dei frutti della sua opera: “Diverse migliaia di persone a lutto accompagnarono il corpo al cimitero di Staglieno la domenica del 17 marzo. Gli stendardi di più di centocinquanta associazioni erano disposti in fila lungo la strada- rossi per i rivoluzionari, tricolori per i patrioti, neri per gli anticlericali e i liberi pensatori.” (Roland Sarti, “Giuseppe Mazzini-la politica come religione civile”) In vita Mazzini era stato oggetto di critica, e aveva criticato, gli esponenti di tutti questi campi: aveva polemizzato con i socialisti materialisti, si era più volte posto in contrasto col movimento repubblicano a causa dell’eccessiva, o insufficiente, flessibilità politica di questo, aveva attaccato con vigore tanto l’ateismo quanto l’agnosticismo. Ma ciononostante tutti loro si radunarono per dare l’estremo saluto a quello che fu ritenuto, a ragione, un Padre, il quale era stato sì fonte di discussioni, ma soprattutto di crescita.