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Guerra nelle Repubbliche Popolari: intervista a Vittorio Rangeloni

  • Non molti in Occidente conoscono la situazione nell’Ucraina dell’est, quindi, cosa sta avvenendo, attualmente, in Donbass? Questa situazione, quando e in che modo ha avuto inizio?

Dalla primavera del 2014 nel Donbass, regione a cavallo tra Ucraina e Russia, c’è una vera e propria guerra. Nonostante il calo dell’intensità del conflitto registratosi negli ultimi anni, anche oggi – febbraio 2021 – le esplosioni delle bombe continuano a prevalere sulla normalità.

Da una parte del fronte abbiamo l’esercito ucraino, sostenuto politicamente e materialmente da Stati Uniti ed Unione Europea, il quale combatte in nome dell’integrità territoriale del Paese. Dall’altro lato ci sono altri ucraini (ormai “ex”), ossia i miliziani delle autoproclamate repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk. Questi ultimi hanno inizialmente preso in mano le armi per emanciparsi da Kiev, formando due repubbliche autonome e orientate verso la Russia.

Fin dai primi anni dell’esistenza dell’Ucraina come Stato indipendente (era post-sovietica), all’interno del Paese in molti hanno provato gradualmente a creare e diffondere un’identità nazionale con riferimenti storici e simboli accettabili solamente per una parte della popolazione. Raramente si sono cercati i comuni denominatori. Infatti la guerra nell’est Ucraina è scoppiata in seguito alla rivoluzione nota come “EuroMaidan” tenutasi nella capitale (novembre 2013 – febbraio 2014), quando i sensibilissimi e molteplici equilibri in seno alla società ucraina si sono definitivamente spezzati. Occorre puntualizzare che questi equilibri sono stati spezzati grazie all’appoggio dell’Occidente, intervenuto apertamente in una questione interna di un Paese sovrano con la solita scusa dell’esportazione della democrazia. In realtà l’intenzione era quella di destabilizzare l’ennesimo Paese confinante con la Russia per ottenerne il controllo e sfruttarlo come nuova spina nel fianco di Mosca.

Questo colpo di Stato promosso dai filo-europeisti e dagli estremisti “nazionalisti” venne ritenuto inaccettabile da buona parte della popolazione, soprattutto nell’est del Paese. Il golpe portò serie e concrete minacce per i diritti di milioni di cittadini russofoni e per la democrazia. Quando la voce di coloro che provarono a chiedere nuove elezioni o la federalizzazione dell’Ucraina venne soffocata dalla repressione promossa dai nuovi padroni del Paese, la frattura divenne inevitabile. Alla repressione armata la popolazione ha risposto con gli stessi strumenti.

  • Cosa ti ha spinto ad andare in Donbass?

Senza dubbio ha influito il legame con quella terra. Prima di mettere piede in Donbass, dove comunque non ero mai stato prima del 2015, avevo respirato l’atmosfera del Maidan a Kiev, dove ero arrivato a trovare i miei nonni. Fin dall’infanzia avevo amato quella città, divenuta poi ostaggio e colonia. Osservare da lontano quel che accadde successivamente nella guerra civile, alimentata dall’ipocrisia della politica europea e dai suoi media, è diventato presto un peso. Dentro di me ho percepito la spinta del senso del dovere nei confronti di quella terra a me cara. Ero convinto del fatto che coloro i quali avessero veramente a cuore gli interessi dell’Ucraina non potessero che stare dalla parte degli insorti (nonostante la propaganda usasse definire questi ultimi “separatisti”).

La narrazione degli eventi sui media nostrani, inoltre, ricalcava le versioni propagandistiche di Kiev, parlando di aggressione, occupazione e terrorismo per dividere e allontanare ulteriormente la Russia dall’Europa. Il Donbass è risultato funzionale all’occidente per rafforzare il muro tra i due blocchi. Ma anche in questo caso rimango convinto che ci sia una necessità di abbattere questo muro e costruire ponti. Sapevo che sarebbe stato difficile e che mi sarei ritrovato in una lotta impari contro i monopolisti dell’informazione. Una voce fuori dal coro strozzata anche dalle censure dei social network. Ma dovevo fare qualcosa di concreto. Comprendevo che, conoscendo la lingua, avrei potuto potuto aiutare testimoniando quanto accadeva in Donbass, dando voce a chi era rimasto inascoltato. E così ho fatto.

  • C’è ancora una sorta di dibattito in corso sulla questione del Donbass: le Repubbliche Popolari vogliono “liberare” l’Ucraina o unirsi alla Russia?

Effettivamente spesso ancora emergono diversi punti di vista in merito. Innanzitutto bisogna premettere che la sorte delle due repubbliche popolari, formalmente, è ancora legata agli accordi di Minsk, i quali prevendono il ripristino dei loro territori sotto la giurisdizione ucraina. Anche se tutti comprendono che questi accordi (siglati per la prima volta nel 2014) non sono più attuali per un’infinita serie di ragioni e vengono preservati solo in quanto non esistono altre soluzioni realmente condivise.

Nelle repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk in questi anni non si è rimasti certo ad aspettare l’Ucraina, i cui rappresentanti ufficiali hanno continuamente dimostrato di non essere aperti a compromessi e quindi ad ascoltare le richieste della popolazione del Donbass. Di conseguenza in queste due repubbliche sono stati creati apparati statali e istituzioni, esiste una propria costituzione e il parlamento opera regolarmente. Insomma, in Donbass esistono due Stati indipendenti la cui unica particolarità è il fatto di non essere riconosciuti dalla comunità internazionale. Queste repubbliche reclamano le rispettive parti di oblast’ controllate da Kiev (Mariupol, Slaviansk, Severodonetsk, Artemovsk, ecc), definendole “temporaneamente occupate”. Altre pretese su ulteriori territori ucraini ufficialmente non ce ne sono, anche se nel lontano 2014 erano in molti a sperare che la Novorossiya potesse arrivare a includere quasi la metà dell’Ucraina, da Kharkov ad Odessa. Oggi questi idealisti, dopo aver fatto per anni i conti con la realtà, si sono dovuti rassegnare. La repressione presente in Ucraina ha messo a tacere tutti coloro che avrebbero potuto favorire un’espansione delle repubbliche e le forze delle milizie popolari non sono sufficienti per manovre significative. Uno scenario simile sarebbe immaginabile solamente in caso di implosione del sistema politico ucraino.

D’altra parte in questi anni Kiev ha imposto un’”ucrainizzazione” forzata a tutta la popolazione, soprattutto nei confronti dei giovani riscrivendo i libri di storia; proponendo nuovi riferimenti culturali e martellando con la propaganda. Se diverse regioni sarebbero ancora potenzialmente “liberabili”, occorre altresi considerare che l’Ucraina occidentale guarderebbe a questa iniziativa come a un’occupazione. Conciliare forzatamente posizioni estremamente differenti sarebbe un’operazione inutile, lo insegna la storia.

In ogni caso le repubbliche popolari, senza riconoscimento internazionale e sotto continua minaccia delle bombe, non possono pensare di prosperare autonomamente. L’instabilità non può favorire lo sviluppo economico. Questo, nonostante il Donbass prima della guerra fosse una delle regioni più ricche dell’Europa orientale.

I’integrazione nella Federazione russa è l’obiettivo dichiarato delle autorità locali, nonche desiderio della maggior parte della popolazione locale. In questi anni solo la Russia ha preso le difese di questa gente.

  • In che modo e in quale misura la Federazione Russa è coinvolta?

In Donbass, quando nella primavera del 2014 le repressioni volute da Kiev si sono evolute in scontri armati, in molti avevano sperato in un intervento della Russia come avvenuto precedentemente in Crimea. Ma le cose andarono diversamente. Se nel referendum di Crimea la popolazione è stata chiamata a scegliere tra Ucraina e Russia, in Donbass le cose andarono diversamente: fu possibile scegliere tra mantenimento dello status quo e la creazione di una Repubblica Popolare autonoma.

Il Cremlino, già sotto pressione e minaccia dell’occidente, in Donbass ha scelto di non intervenire militarmente in modo diretto. Allo stesso tempo Mosca non ostacolò le migliaia di volontari russi intenzionati a raggiungere Donetsk e Lugansk per arruolarsi nelle milizie popolari. Non è un segreto il fatto che tra questi volontari ci sono stati molti militari in congedo temporaneo intenzionati a trascorrere le “ferie” in Donbass.

Nel settembre del 2014 la Russia diventa ufficialmente mediatore tra le parti in conflitto, insieme a Germania e Francia.

Inoltre dall’estate del 2014, quando nessuno si preoccupava delle condizioni della popolazione del Donbass, la Russia iniziò a sostenere massicciamente le due repubbliche con aiuti umanitari. I famosi “Kamaz bianchi” dell’Emercom portarono cibo, medicinali e tutti i beni di prima necessità per la popolazione.

Attualmente la Russia rimane l’unico grande Paese ad aiutare costantemente e concretamente le repubbliche. Oggi, ancor più della condizione umanitaria, pesa la mancanza riconoscimento internazionale. Questo crea problemi in tutte le sfere possibili della società: dal commercio, alle questioni più burocratiche e personali, come la mancanza di documenti riconosciuti per viaggiare, lavorare, studiare, ecc. In questo senso la Russia ha riconosciuto i passaporti dei cittadini della Repubblica Popolare di Donetsk (esigenza nata naturalmente per sopperire al vuoto burocratico dato dalla scadenza dei passaporti ucraini, impossibilità di ottenere la cittadinanza per i nuovi nati, ecc). Poi, sulla base di questi documenti, ha riconosciuto alla popolazione delle repubbliche la possibilità di richiedere la cittadinanza russa per motivi umanitari, e quindi di ottenere tutti gli stessi diritti di cui godono i cittadini russi. Oggi, in meno di due anni, oltre 600 mila abitanti delle due repubbliche hanno ottenuto la cittadinanza russa. Questo riferimento numerico si aggiorna quotidianamente di centinaia di unità.

Sempre per quanto riguarda le questioni burocratiche non si può non citare il processo di certificazione delle università del Donbass alle quali Mosca fornisce la possibilità di adeguarsi ai propri standard, in modo tale da consentire agli studenti di ottenere un diploma di laurea riconosciuto internazionalmente.

Anche in epoca Covid il ruolo della Russia in Donbass è di primo ordine: mentre Kiev, considerata dai suoi burattinai solo a parole e in chiave anti-russa, continua ad aspettare l’arrivo del primo vaccino dall’India (quelli rifiutati dal Sudafrica), in Donbass la campagna di vaccinazione gratuita (con lo Sputnik V) e accessibile a tutti è cominciata il primo febbraio grazie alla Russia.  

  • Chi finanzia e fornisce equipaggiamento ai gruppi nazisti (citiamo, ad esempio, il Battaglione Azov, noto soprattutto per i crimini di guerra commessi) e perché? Lungo la tua esperienza in Donbass, hai mai visto equipaggiamenti della Nato?

Inizialmente tutte queste formazioni sono state profumantamente finanziate dagli oligarchi, interessati ad avere dei veri e propri eserciti privati per esercitare i propri interessi. Il mix tra business e ultranazionalismo in Ucraina ha evidenziato la vera natura della “rivoluzione” di Maidan: la presunta lotta al sistema corrotto non ha che portato un nuovo clan di oligarchi al timone del paese, mentre il nazionalismo si è rivelato uno strumento per fare leva sugli animi di parte della popolazione. Spesso in maniera paradossale: l’oligarca e presidente della comunità ebraica d’Ucraina (con passaporto israeliano) Igor Kolomoisky non si è mai fatto troppi problemi problemi a finanziare apertamente queste bande paramilitari esplicitamente ispirate al nazismo.

Se i registi delle primavere arabe hanno cavalcato le questioni religiose e appoggiato l’ISIS, nella rivoluzione ucraina è stato posto l’accento sul nazionalismo e sulle sue espressioni più estreme come Svoboda e Settore destro. Nell’Ucraina caotica di quel periodo, la possibilità di ricevere un’arma (quindi potere) e una paga, ha convinto molti ad unirsi a questa causa, rendendo ancor più pericoloso il fenomeno.

Oggi sul lato ucraino tutte le formazioni paramilitari sono state inquadrate nelle strutture del Ministero della Difesa o della Guardia Nazionale (Ministero degli Interni). Di coseguenza, tutte quelle formazioni estremiste come Azov, di fatto sono state legalizzate e vengono finanziate dallo Stato. Nello specifico l’Azov, nonostante il Congresso degli Usa abbia vietato il finanziamento diretto di questo reggimento, oggi è una delle unità meglio equipaggiate in Ucraina. Nei canali ufficiali del reggimento si nota come le armi in dotazione non siano solamente quelle ereditate dall’Unione Sovietica (come nella maggior parte delle altre formazioni militari ucraine), ma ci siano anche armi d’importazione estera (USA, Israele, ecc). Ogni fornitura di armi da parte degli USA all’Ucraina avviene alla luce del sole in pompa magna, per cui non è un segreto per nessuno. Inoltre, l’Ucraina, guardando a ovest, sta riformando il proprio esercito adeguandolo agli standard NATO, grazie anche ai numerosissimi istruttori militari presenti su territorio ucraino provenienti prevalmentemente da Canada, Usa e Gran Bretagna. Anche l’Azov ha da tempo intrapreso questa direzione.

Personalmente, non avendo modo di girare sul lato ucraino del fronte, ho comunque potuto vedere le tracce di questi aiuti all’Ucraina divenuti trofei di guerra in mano alle milizie del Donbass. Per le strade di Donetsk capita di incontrare l’Humvee del battaglione Sparta; tra le mani di Zakharchenko ho visto uno dei fucili M16 abbandonati dagli ucraini nei terminal dell’aeroporto, teatro di pesanti battaglie.

  • Qual è la condizione dei diritti umani in Donbass?

Parlare di diritti umani in una regione coinvolta dalla guerra non è così scontato come potrebbe sembrare. Prima di tutto occorre comprendere che essendo il conflitto una situazione straordinaria vi sono regole che in tempo di pace non avrebbero motivo di esistere. Per questo alcuni diritti vengono limitati dalle repubbliche stesse (coprifuoco; divieto di accedere ad alcune aree pericolose o agli obiettivi di interesse militare; ecc.).

Ma esistono diversi tipi di diritti. Spesso l’Occidente, facendo leva sulla questione dei diritti umani, tentando di manipolare o alterare la percezione della verità in merito ai contesti che fanno comodo, spesso in modo ipocrita. In Donbass, da ormai sette anni, centinaia di migliaia di civili sono costrette a fare i conti con le bombe e di conseguenza i diritti umani sono continuamente minacciati dalle bombe dell’esercito ucraino. Non dico che le milizie non rispondano a loro volta al fuoco, ma in ogni modo anche i report di istituzioni come l’OSCE hanno ripetutamente dimostrato come la considerevole parte delle violazioni della tregua e delle vittime tra i civili sia da imputare all’esercito ucraino. Eppure questi dati vengono spesso ignorati, ostinandosi a puntare il dito contro la Russia. Di fatto il silenzio dell’Europa nei confronti dei crimini commessi dall’Ucraina ha trasmesso un senso di impunità ai militari di Kiev.

Firmando gli accordi di Minsk le autorità ucraine si sarebbero dovute impegnare a garantire diritti negati alla gente del Donbass come il pagamento delle pensioni, sussidi e stipendi; avrebbero dovuto garantire l’amnistia; ampie autonomie, ecc. Nulla del genere è stato fatto. Anzi, sono solamente aumentate le repressioni anche nei confronti dei civili, tanto ad arrivare a proporre tramite una legge (del 5.11.2020) l’introduzione di una sorta di lager per i cittadini russi ritenuti “pericolosi per l’Ucraina”.

  • Gli eserciti delle Repubbliche Popolari di Lugansk e Donetsk come vengono percepiti dalla popolazione locale?

Le milizie popolari non sono altro che un’espressione della volontà della maggioranza della popolazione locale. Queste formazioni si sono costituite in modo spontaneo quando nel 2014 la repressione del governo golpista ucraino ha lasciato intendere che le semplici manifestazioni pacifiche non sarebbero bastate a difendere i propri diritti. Lo si è visto prima a Kharkov, mentre la conferma è giunta qualche settimana dopo a Odessa. La popolazione poteva scegliere liberamente di rimanere a guardare lo sviluppo degli eventi, fuggire, o attivarsi nelle milizie. Anche oggi in Donbass non esiste una leva militare obbligatoria e decine di migliaia di persone prestano servizio volontariamente nella Milizia Popolare.

Come in qualsiasi società ovviamente esiste chi ha un punto di vista differente. Anche in Donbass qualcuno aveva sostenuto il Maidan, trasfersendosi poi in Ucraina. Non mancano gli indifferenti. Spesso questi ultimi sono coloro che sono fuggiti in Russia o in Ucraina all’inizio del conflitto, rientrando quando la situazione si è stabilizzata.

Ma la maggio parte della popolazione appoggia le milizie popolari. Lo si può vedere ad esempio in occasione delle parate militari del Giorno della Vittoria della Grande Guerra Patriottica, quando i miliziani sfilano e folle immense si accalcano ai lati delle strade principale di Donetsk e Lugansk per applaudire i propri difensori.

Sono esistiti anche momenti difficili in cui la popolazione ha dimostrato il legame con coloro che erano ritenuti veri e propri eroi popolari: i funerali. Nel corso del conflitto sono diversi i comandanti uccisi (non solo in battaglia). A dare l’estremo saluto a Zakharchenko, Motorola e Givi (sono i funerali che ho visto di persona) sono giunte centinaia di migliaia di persone persone da tutto il Donbass. Con le lacrime agli occhi e fiori in mano.

  • Il presidente ucraino Zelensky, nella sua campagna elettorale, aveva affermato di voler porre fine alla guerra trattando con le Repubbliche, ciò è effettivamente avvenuto?

No, le armi non hanno mai smesso di tacere, se non per brevissimi periodi. Militari e civili continuano a morire. Se nel maggio 2019, quando Vladimir Zelensky è stato eletto presidente, qualcuno ancora credeva ad un cambio della linea politica in Ucraina, con passare del tempo l’ex comico ha gettato la maschera, assumendo le sembianze del suo predecessore Poroshenko. Anzi, sul piano della repressione interna al dissenso ha addirittura fatto peggio, arrivando a concretizzare quel che Poroshenko era riuscito solamente a minacciare: 3 importanti canali televisivi (impossibili da definire filorussi) sono stati censurati, mentre i principali leader dell’opposizione vengono perseguitati.

Zelensky non vuole mettere fine al conflitto, altrimenti avrebbe trovato mille vie per farlo. Senza andare lontano e inventare l’acqua calda, avrebbe potuto, ad esempio, iniziare a rispettare gli accordi di Minsk. Ma manca la volontà. Insieme ai vari esponenti del suo governo ha puntualmente sabotato la questione, pretendendo revisioni di questi accordi a proprio piacimento. Zelensky ha sempre ipotizzato un allontanamento dagli accordi di Minsk, minacciando non meglio precisati piani di riserva per riottenere il pieno controllo del Donbass.

  • Come è cambiata la situazione in Donbass durante la presidenza Trump?

Anche per quanto riguarda la presidenza Trump molti avevano auspicato ad una riduzione delle tensioni, ma globalmente non ci sono stati cambiamenti. Periodicamente ci sono state tensioni o provocazioni che avrebbero potuto portare a gravi conseguenze come l’incidente nello stretto di Kerch tra le imbarcazioni della marina ucraina e quella russa (sapendo che l’Ucraina non avrebbe mai compiuto un’azione tale senza ricevere ordine o approvazione da parte degli USA).

L’Ucraina grazie all’amministrazione Trump ha iniziato ufficialmente a ricevere armamenti, negati invece da Obama. Oltre alle attrezzature mediche, ai visori notturni, agli Humvee, giubbotti antiproiettile e i radar AN/TPQ-36 ha cominciato a ricevere anche le cosiddette armi letali, tra cui i missili Javelin. Inioltre il budget USA destinato a sostegno dell’Ucraina è aumentato. Con questi presupposti non si può certo affermare che Trump abbia cercato di risolvere pacificamente la questione ucraina.

  • Ora che Biden è alla presidenza statunitense, come credi che cambieranno le cose in Est Ucraina?

Se per gli Stati Uniti l’Ucraina è sempre stata semplicemente una delle pedine da muovere nella scacchiera della geopolitica in ottica anti-russa, per Biden è una questione più personale. Negli scorsi anni in Ucraina sono emersi interessi economici al limite della legalità legati alla famiglia Biden (le accuse di corruzione sono state sostenute anche da Trump, il quale ha provato a giocare questa carta nel corso della campagna elettorale).

Biden ha già ripetutamente dichiarato che punterà a sostenere ancor di più Kiev, parlando dell’integrità territoriale dell’Ucraina – e quindi di ripristino del controllo dei territori persi – come “questione di vitale importanza per l’Europa e per gli USA”.

Nelle ultime settimane sono sensibilmente aumentati i bombardamenti contro le repubbliche popolari del Donbass. Dopo almeno sei mesi di relativa sitabilità, in alcuni segmenti del fronte l’intensità dei combattimenti ha ricordato le fasi più buie di questo conflitto. Solamente il 20 febbraio a Gorlovka la milizia popolare ha perso ufficialmente 7 uomini, anche se altre fonti parlano di 20 vittime.

  • Come vedi il futuro del Donbass? Ci sarà mai la pace?

Purtroppo, con le constatazioni e i presupposti sopra riportati, è difficile immaginare l’instaurazione della pace a breve termine. Per raggiungerla senza ulteriore spargimento di sangue servirebbero almeno due condizioni: un allentamento della morsa USA su Kiev e la volontà da parte delle autorità ucraine di cercare un compromesso mediante il dialogo con i rapprentanti dei suoi ex territori. Basterebbe lasciare i rappresentanti delle due repubbliche in una stanza con i colleghi ucraini, soli, senza parti terze a dettare le proprie condizioni. Sono sicuro che una soluzione si troverebbe. Ma finché l’Europa continuerà a considerare la Russia un Paese nemico, l’Ucraina non avrà mai la sua indipendenza, continuando a venire sfruttata come strumento per esercitare pressione su Mosca.

Un’altra soluzione potrebbe essere la riaccensione vera e propria del conflitto con uno spostamento della linea del fronte. Una sconfitta dell’una o dell’altra parte potrebbe ridisegnare nuovi equilibri e magari la tanto attesa pace. Ma questa opzione, oltre a portare nuovamente morte e distruzione, risulterebbe troppo rischiosa tanto per l’Occidente quanto per la Russia.

Da troppo tempo la popolazione del Donbass è costretta a fare i conti con l’incertezza. Nessuno può dare risposte concrete su cosa accadrà domani. Ma una cosa è certa: per la gente del Donbass, dopo tutto il sangue versato e le sofferenze vissute, la pace senza libertà non è un compromesso accettabile.