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Non facciamoci trovare impreparati

DI LEONARDO SINIGAGLIA

E’ passato più di un anno dall’introduzione delle misure “emergenziali” per il Covid-19. Un
anno in cui ci si sarebbe dovuti interrogare sulla situazione in maniera spregiudicata,
tenendo alta la bandiera dell’analisi di classe, analisi che ci insegna che lo Stato che
abbiamo davanti non è il nostro, non fa i nostri interessi e non vuole il nostro bene. Questo è
sempre, o quasi, stato tenuto in mente dalla sinistra radicale negli scorsi decenni: al netto di
analisi errate e di valutazioni ambigue, nessuno ha mai pensato che la “guerra al terrore”
fosse fatta per tutelare la vita, come “la guerra al decoro” non poteva essere di certo fatta
avendo in mente la vivibilità e la salute dei quartieri. Ma quando si è passati alla “guerra al
nemico invisibile” tutto questo è magicamente mutato: da quel momento, e per un periodo
molto lungo di cui ancora vediamo strascichi, si è deciso non solo che l’azione del governo
era indirizzata al benessere delle masse popolari, ma che qualsiasi “ius murmurandi” doveva
essere necessariamente annullato. Lo richiedeva lo sforzo collettivo necessario in tempi di
emergenza nazionale. Contestare le misure dello Stato borghese, smascherando gli
interessi serviti dietro al preteso “interesse nazionale”, diventava per ampi strati dell’estrema
sinistra un vero e proprio crimine, quasi un attestato di follia. Se la colpa fino a Febbraio
2020 era sempre del capitalismo, da quella data in poi sarebbe stata del covid-19. La lotta al
nemico invisibile doveva passare sopra i diritti politici, i diritti sociali, i diritti civili. Sul suo
altare si dovevano sacrificare le riunioni, le manifestazioni, gli scioperi, ma anche la scuola
pubblica, la sanità e il diritto al lavoro. E’ bastato gridare un paio di volte alla “patria in
pericolo” per far si che gran parte dei compagni saltasse dall’altra parte della barricata,
giustificando ogni singolo atto del governo Conte, prima di offrirsi in maniera volontaria per la
crociata contro il “negazionismo”, qualsiasi cosa si intenda per questo termine
vergognosamente sottratto al neonazismo.
Ora, molti saranno ancora tentati di leggere queste righe come “rifiuto della scienza”,
“complottismo” o via dicendo. Si è ormai arrivati al limite temporale per tentare di raddrizzare
la rotta di questi confusi, ma un ultimo tentativo non è mai sciocco. Se è indiscutibile che
esista un virus, se è indiscutibile che l’azione collettiva debba mirare a tutelare la salute di
ogni persona nella migliore maniera possibile, non è indiscutibile che la strategia adoperata
dai governi occidentali, e italiano in particolare sia stata la migliore, o anche solamente
adeguata. E’ apparso chiaramente come la reale causa di diffusione del covid non siano
stati “gli aperitivi” o “i furbetti della mascherina”. E’ apparso chiaramente come le principali
cause della diffusione del covid, e quindi delle morti ad esso collegate, siano state la
negazione della prevenzione, la distruzione della sanità di base, il sovraffollamento delle
strutture sanitarie oltre che protocolli di cura alquanto sospetti, dove per “alquanto sospetti”
si vuole intendere “criminali”. Davanti alla diffusione semi-nosocomiale, pericolosa
soprattutto per certe fasce d’età, le istituzioni borghesi hanno preferito reagire cogliendo la
palla al balzo per accelerare con la ristrutturazione capitalistica. Ed ecco i lockdown divenire
strumenti d’ordine pubblico, di desertificazione economica e occasione per reinventare il
potere politico, non già misura sanitaria. E questo l’abbiamo ben chiaro, soprattutto adesso.
Il 20 novembre 2020 M-48 pubblicava il mio testo “Per un’analisi politica del Covid-19”, dove
a 10 mesi dall’inizio della crisi iniziavo a tirare le somme in diversi campi, mostrando come le
misure “emergenziali” altro non erano che l’arrivo ultimo di un percorso iniziato decenni
prima, e che era incredibile che certi compagni, certi marxisti credessero in maniera cieca
alla narrazione e alle giustificazioni di uno Stato che mostra quotidianamente avere come
primo compito quello di condurre guerra al popolo. “Il terreno dello “stato d’emergenza” è
molto scivoloso. Qual è la vera differenza tra check-point militari e pattuglie predisposte al
controllo del “distanziamento” e aventi compiti d’ordine pubblico? Solo una: la facciata che è
presentata al pubblico. Sin dall’inizio della fase emergenziale qualsiasi impiego di militari e
forze di polizia è stato presentato alla cittadinanza come una questione sanitaria, un’azione
per il bene comune. In realtà non è così. Già a marzo 2020 i servizi segreti avevano
avvertito la presidenza del consiglio dei ministri del rischio concreto di “rivolte e ribellioni al
sud”, che sarebbero esplose poi durante la seconda ondata, partendo da Napoli ed
espandendosi a macchia d’olio su tutta la penisola. Ma i droni, le telecamere, i nuovi mezzi e
i rincalzi prontamente assunti da governo e regioni sono stati messi in campo in nome della
“lotta al covid”. Il coprifuoco è imposto in nome della “lotta al covid”. Scioperi e
manifestazioni sono vietati in nome della “lotta al covid”. E’ palese come il problema che si
cerca di contrastare non sia sanitario, ma di ordine pubblico.” (Per un’analisi politica del
covid-19). Come è cambiata la situazione in questi mesi? Abbiamo visto decine di
manifestazioni di dissenso essere “spente” mediaticamente per presunto
“negazionismo”, abbiamo visto documenti secretati, mantenimento del coprifuoco,
licenziamenti e fallimenti di masse, abbiamo visto, e questo è ciò che c’è di più grave,
l’avvio del “Piano Nazionale Ripresa e Resilienza”, che va di fatto a vincolare ogni
scelta politica degli anni a venire, codificando e rendendo realtà permanente le
misure “emergenziali”, dalla didattica a distanza alla digitalizzazione, dalla revisione
dei contratti collettivi all’impegno imperialista in seno alla Nato. E tutto questo
avviene all’ombra della “Cabina di Regia”, nuovo “Gran Consiglio” incaricato di
traghettare l’Italia durante e dopo l’attuale governo. Il tutto ovviamente in nome della
lotta alla pandemia.
Sin dai primi momenti della crisi gran parte dell’estrema sinistra ha rivendicato
chiusure sempre più stringenti, evitando accuratamente di porsi il problema dal punto
di vista sistemico. “Chiudere tutto” era il grido di battaglia, accompagnato poi da un
“garantire tutti”. Nessuno si è posto il problema della direzione del moto che si era
innescato. In piena emergenza mentale si è preferito inseguire i telegiornali che dare
indirizzo alle masse, si è preferito essere codisti del regime liberale che avanguardia
socialista. E’ giustificabile? No. Se l’egemonia culturale ed ideologica che impedisce
ogni analisi è capibile e contestualizzabile nel caso del cittadino medio, altrettanto
non si può dire per una formazione politica. Quello che è stato uno sbandamento
emotivo ed insensato non è tollerabile da parte di partiti che si propongono
d’avanguardia. Solo in un secondo momento, nell’estate del 2020, ci si è iniziato a
porre delle domande, andando sì a toccare i temi della sanità territoriale e delle
privatizzazioni, ma mai per combattere la retorica governativa, squarciando il velo di
Maya che fa passare per “emergenza” la semplice conseguenza di scelte
socio-economiche. Si è preferito avallare la retorica governativa, semplicemente
imputando al sistema alcune delle cause remote della situazione, partecipando al
delirio collettivo dei banchi a rotelle, del saluto col gomito e della sanificazione delle
spiagge, giudicandolo inevitabile per colpa dello stesso ente che lo proponeva come
tale. Basta prendere una qualsiasi locandina di un qualsiasi evento politico della
“sinistra radicale”. In quasi tutti troveremo scritto frasi come “l’evento si terrà in
conformità alle disposizioni anti-covid”, “mascherina e distanziamento di 1,5 m”. E’
ovvio poi che queste normative non venissero mai rispettate, che le mascherine
fossero abbassate, che le persone, naturalmente e giustamente, si “assembrassero”,
perché è impensabile la politica senza vicinanza e promiscuità. Però quelle frasi
venivano ipocritamente messe in ogni locandina, in ogni banner sui social, perché
con esse si cercava, e si cerca, una legittimità nei confronti della narrazione: se ci si
dimostra sensibili al problema del covid è permesso esprimersi, se no si è solo dei
poveri pazzi negazionisti. E’ triste vedere come quelli che a parole possono sembrare
“rivoluzionari”, sempre pronti ad attaccare ogni progetto neoliberista, si mettano in
riga senza nemmeno che venga loro richiesto questo. Si, mettersi in riga, perché
dall’incongruenza fra dichiarazioni e comportamenti possiamo vedere come le
misure anti-covid dello Stato italiano vengano disattese nei fatti, ma sponsorizzate
ed accettate a livello ideologico. Come chiamare questa se non totale sottomissione
all’egemonia borghese liberale? Si è preferito accettare passivamente i dettami di
pretesi esperti borghesi, credendo sulla parola a chi sosteneva che fosse
assolutamente necessario essere distanti una quantità variabile di metri, che la
mascherina dovesse essere sempre indossata tranne che se seduti ad un bar, che la
scuola fosse un pericolo, mentre gli impianti della logistica siano assolutamente
sicuri. Si è preferito fare spallucce perché era oggettivamente più facile, perché
sennò si sarebbe dovuta ricostruire in qualche modo l’agibilità persa a causa del
respingimento della retorica governativa.
E questo non è successo unicamente durante il destabilizzante inizio della
pandemia, ma è divenuto il triste leitmotiv della prassi politica di gran parte della
sinistra radicale, sempre più conscia delle contraddizioni interne ma ancora troppo
vigliacca per decidersi ad affrontarle e a fare autocritica, per ammettere di essersi
fatta fregare, di aver ceduto l’iniziativa alle forze reazionarie, continuando a guardare
il dito dell’emergenza sanitaria ignorando la Luna della ristrutturazione capitalistica.
Per onestà serve dire che questo abbaglio non ha colpito tutta la sinistra radicale. Il
19 aprile 2020 una cinquantina di anarchici torinesi protestavano contro la crescente
presenza delle forze di polizia causata dal lockdown, scendendo in corteo alcuni
giorni dopo, uno dei primi ad avvenire da quanto l’intero paese era stato bloccato da
Conte. Nelle settimane seguenti si ebbero tentativi di sciopero, repressi a forza dalla
polizia, in certi casi aiutata dall’esercito come avvenne nel caso della BRT di
Sedriano, in nome delle direttive anti-assembramento. Il 25 aprile si ebbero diversi
cortei in tutta Italia, di lieve entità ma di grande importanza simbolica, alcuni lanciati
dal P. Carc in occasione della “Settimana Rossa”, a cui la nostra organizzazione aderì.
Il lockdown “duro” era agli sgoccioli, ma intanto era stata sdoganata la repressione
politica in nome della salute pubblica, e sarebbero state introdotte da lì a poco
misure odiose come la registrazione dei presenti in caso di riunioni e il divieto di
manifestazioni non-statiche. Sarebbero serviti ancora mesi per aprire un dibattito
concreto sulla gestione emergenziale e per veder sdoganata la critica alle misure
restrittive.
Nell’estate seguente, nonostante i profeti di sventura, con Galli in prima linea, già
fossero in agitazione per possibili nuove ondate, ci si preferì cullare nell’idea che i
mesi passati fossero stati unicamente un inciampo, qualcosa di terribile ma privo di
conseguenze. Avrebbe dovuto far pensare il mantenimento dell’impalcatura giuridica
nata dal primo lockdown, ma invece la sinistra radicale si è proiettata in un futuribile
“dopo”, sperando di poter riprendere l’attività di sempre, su cui ci sarebbe molto da
dire. Ovviamente così non è stato, e saranno i mesi autunnali del 2020 a costringere
all’analisi quell’area politica che vorrebbe, e dovrebbe, essere interessata al
ribaltamento dell’ordine costituito. Non si ebbe nessuna grande protesta
studentesca a Settembre, come in molti, me compreso, si stavano aspettando a
causa del grande stato di disfacimento in cui la scuola pubblica era piombata. Ci
furono alcune piccole mobilitazioni, come quella del 25 settembre, dove il corteo più
grande si svolse a Genova e mobilitò circa un migliaio di persone fra studenti e
lavoratori. Se il primo sussulto si ebbe a Torino, la protesta scoppiò a Napoli.
La notte del 23 Ottobre, contro il presidente De Luca e il coprifuoco, migliaia di
persone scendono in piazza per rivendicare il diritto ad essere mantenuti dallo Stato
se questo impedisce di svolgere il proprio lavoro. In piazza vediamo svariate
categorie, ma in primis piccoli esercenti, dipendenti e lavoratori in nero. In poche
parole i non garantiti, i primi a sentire l’acqua salire alla gola. La protesta assume un
carattere deciso, con scontri con le forze di polizia, e sarà seguita nei giorni
successivi da altre manifestazioni, prima che altre città rispondano all’appello dei
napoletani.
La notte del 23 Ottobre è spartiacque.
Da una parte il governo che inizia la sua opera diffamatoria chiamando in causa la
malavita, coadiuvato dalla destra allergica ad ogni violenza che non sia quella del
manganello degli sbirri e da certa “sinistra” che vedeva nei commercianti e nei baristi
un implacabile nemico di classe, dall’altra grande parte delle masse popolari italiane,
diverse forze socialiste, con più o meno convinzione, gli anarchici e l’estrema destra,
il cui obiettivo era l’inserimento nelle approfittando del loro carattere “di base” ed
ancora esclusivamente economico.
Nelle giornate di Napoli l’estrema sinistra è stata la grande assente. E anche a
posteriori la reazione è stata ambigua e scostante. Solo un pugno di organizzazioni
hanno preso le difese della piazza, rilevandone il carattere sociale e vedendo
correttamente in essa un terreno di scontro da non lasciare all’estrema destra: noi di
M-48, il P.Carc e la Rete dei Comunisti, che portò con sé i suoi apparati giovanili e
riuscì a far sbilanciare leggermente la linea di Potere al Popolo. Il Partito Comunista
seguirà poco dopo, soprattutto in Umbria, a prendere parte a queste piazze.
Ad essere contestati furono principalmente due elementi: la presenza dell’estrema
destra e la natura “piccolo borghese” di queste proteste.
La prima questione è quella di più semplice risoluzione: dove l’estrema destra va, noi
dobbiamo esserci, anzi dobbiamo precederla. Solo rispondendo alle domande delle
masse prima e meglio di loro si vincerà la lotta politica. I discorsi rivoluzionari in una
piazza dei sindacati o di movimento lasciano il tempo che trovano, sono alla portata
di tutti. La vera lotta è confrontarsi con le masse, e portare loro una linea politica. Il
26 Ottobre scendevamo in piazza a Genova. Subito nella piazza composta da un
centinaio di persone fu visibile la presenza di militanti d’estrema destra, venuti per
osservare e forse tentare di “prendere” la piazza. Fu solo l’azione dei nostri militanti
e di altri compagni a scongiurare questa ipotesi: iniziando a parlare al megafono,
esponendo uno striscione contro la retorica emergenziale e la macelleria sociale, si
riuscì a dare una particolare impronta alla manifestazione, che sarebbe sfociata in
un corteo fin sotto la prefettura che avrebbe comportato poi alcune denunce per la
violazione delle norme anti-covid. La questione è quindi estremamente semplice, e
turba non poco il sapere che molti, troppi compagni non riescano ancora a
comprenderla: solo il prendere parte attivamente alle manifestazioni e ai movimenti
di piazza consente di mettere all’angolo l’estrema destra e i liberali. Se si sceglie di
auto-isolarsi in una pretesa purezza, in realtà paura del conflitto, si sceglie di
abdicare alla lotta politica, e passare dall’organizzazione rivoluzionaria al dopolavoro
nel giro di un paio di frasi.
La seconda questione è di più complessa esposizione, ma non per l’argomento in sé,
quanto per l’incredibile arretratezza in cui sono fossilizzati molti “comunisti”, spesso
finanche marxisti-leninisti. La “paura” della piccola borghesia -intendo per questa
quel vario e disomogeneo insieme di lavoratori autonomi, commercianti al dettaglio,
baristi, piccoli ristoratori e professionisti- è un sintomo di un problema
fondamentale: l’incapacità di analizzare i rapporti di forza fra le classi, l’incapacità di
una corretta analisi di classe.
Prima di tutto si pone il problema di identificare il soggetto: il termine “Partita Iva” è
un termine statistico proprio dello Stato borghese, e non significa concretamente
nulla. Allo stesso modo è difficile tracciare i confini tra “grande” e “piccola”
borghesia, questo perché parlando dal punto di vista qualitativo non esiste
differenza, ma solamente dal punto di vista quantitativo. O meglio, la differenza
qualitativa non sta in una “preferibilità” della piccola proprietà rispetto alla grande,
ma nella natura particolare del proprietario, che nel caso della piccola proprietà è
ancora in un “limbo”, in una fase intermedia fra “puro” proprietario e “puro” lavoratore,
in quanto pur proprietario legale, spesso partecipa al lavoro, oltre essere soggetto
tutta una serie di vincoli e rapporti di subalternità che ne pregiudicano una reale
indipendenza. Come scrivevamo nel nostro documento “Sulle contraddizioni fra la
piccola e la grande borghesia”, “L’attuale proprietario non va caratterizzato in maniera
manichea come incarnazione di un male metafisico, ma contestualizzato come un
soggetto economico in un dato sistema, questo sì fautore di ingiustizie. L’analisi
dev’essere quindi di classe, e non relativa al singolo. Le contraddizioni in seno alla
classe borghese non possono che contrapporre la piccola borghesia, che spesso è
partecipe della produzione, alla grande, la cui attività si basa sul parassitismo.
Valorizzando la componente proletaria della piccola borghesia, liberando le attività
economiche dalla tirannia della proprietà privata, si perseguono anche gli interessi
degli attuali proprietari, ma non già in quanto borghesi, ma come lavoratori ed esseri
umani. La piccola borghesia, soprattutto nelle sue punte più avanzata, ben si rende
conto della contraddizione risultante da una ripartizione delle risorse assurda, che
vede masse sempre più impoverite coesistere assieme a pochissimi magnati
della finanza, rentiers e speculatori che giornalmente ammassano fortune immense.
E’ compito dell’avanguardia politica del proletariato approfondire questa
contraddizione, e portarla al suo naturale sviluppo in senso rivoluzionario, ponendo
così le istanze della piccola borghesia lavoratrice al servizio della classe operaia, che
“non deve separarsi dagli altri strati della popolazione, ma deve al contrario dirigere
tutti gli altri strati della popolazione, senza eccezioni” (V. Lenin, “I compiti immediati
del potere sovietico”)”.
Capita la natura del soggetto con cui si deve interagire, serve chiedersi in che
rapporti di forza è con le altre classi. Scopriamo così che se esiste un indubbio
rapporto di predominanza con i suoi dipendenti dato dalla sua proprietà privata, il
momento attuale pone le sue istanze in maniera molto più conflittuale con la parte
egemonica della borghesia che rispetto a questi. Vediamo infatti che tanto le
rivendicazioni di sospendere le sciocche misure quali coprifuoco e divieto del
consumo dentro i locali, se sicuramente avvantaggiano la ristorazione in sé, grande e
piccola, sono sicuramente più “minacciose” per i colossi del cosiddetto “delivery”
che per i lavoratori dipendenti. E’ da chiedersi quale sia il potere reale della piccola
borghesia, o almeno dei suoi strati più proletarizzati. Nessuno, il suo potere è
semplicemente nullo. Essendo la sua condizione un’anomalia storica, al polarizzarsi
dello scontro di classe non può che venir meno il potere politico dei “ceti medi”.
Dimostrazione è il fatto che interi settori sono stati costretti, più o meno
integralmente, a chiusure di mesi. E’ appunto questa la chiave: capire la
composizione della “piccola borghesia”, comprendere che in seno ad essa vi sono
tensioni contrapposte, soffiare sul fuoco di quelle progressiste e combattere le
reazionarie. In tutta Italia abbiamo visto piattaforme che sarebbero potute essere
ampiamente sostenute e portate avanti in una prospettiva di classe:
-la questione della Cassa Integrazione, che permette di porre il problema della
garanzia del reddito per i dipendenti e la sopravvivenza dell’attività economica grazie
all’intervento statale;
-la questione degli affitti e degli sfratti, che se preoccupano una grande parte delle
piccole attività commerciali, lo stesso fanno per ampissimi settori delle masse
popolari. La trasformazione dei locali abitativi o commerciali in proprietà privata con
cui palazzinari speculano sulle spalle dei lavoratori rappresenta un campo di lotta
impossibile da ignorare;
-la questione della fiscalità, che al netto di polemiche molto “liberal” sull’evasione
permette di porre la contraddizione fra grande e piccola borghesia in termini netti e
materiali. Perché le multinazionali possono non pagare quasi nessuna imposta
mentre l’idraulico è costretto al nero? La risposta sta nel potere dato dal Capitale;
-la rinuncia delle forze parlamentari di destra al supporto a questi strati della
popolazione, il che avrebbe permesso di sottrarre consenso ai partiti reazionari
liberal-conservatori a sostegno dell’avanguardia socialista;
-la questione delle chiusure e dei distanziamenti, che avrebbe permesso di
rivendicare il diritto di riunione e di manifestazione, in netto contrasto con il
securitarismo del governo e la “nuova normalità”.
E’ evidente che gli appigli non mancassero, è evidente che fossero alla portata di
qualsiasi persona minimamente interessata dall’analisi di classe. Perché quindi solo
in pochi, pochissimi casi si è perlomeno tentato di entrare in questo movimento di
protesta? Per vigliaccheria e pigrizia mentale. Come ho già citato, solo noi, il Partito
Comunista e il Partito dei Carc abbiamo tentato l’inserimento, riuscendoci
localmente con soggetti più o meno grandi. Ma tutte le altre forze? Esse si sono
mantenute distanti, incapaci di comprendere il fenomeno, incapaci di porsi come
interlocutori, incapaci di compiere un’analisi leninista. Si, dico leninista. Perché la
grande intuizione di Lenin fu proprio questa: nella costruzione della dittatura del
proletariato e della rivoluzione russa egli comprese perfettamente il ruolo della
piccola borghesia e dei contadini, respingendo il “sinistrismo” trotskista e
menscevico che vedeva nei lavoratori non proletari nient’altro che un serbatoio per la
reazione. A questa visione lui contrappose l’alleanza fra proletariato e piccola
borghesia sotto la direzione del primo, facendo proprio il programma dei Socialisti
Rivoluzionari e spingendo perché la rivoluzione democratico-borghese si
trasformasse in rivoluzione socialista. In questo consiste la grandezza di Lenin,
nell’aver saputo valutare correttamente il peso specifico di ogni classe e di ogni
componente interna delle classi, capendo i rapporti fra queste e permettendo al
proletariato di porsi alla testa di un moto democratico ed egualitario che non doveva
venir dirottata dal parlamentarismo liberale. Vediamo infatti Lenin scrivere nel 1905
“Soltanto una dittatura rivoluzionaria, che poggi sulla stragrande maggioranza del
popolo, può costituire qualcosa di più o meno stabile. Ma, attualmente, il proletariato
russo costituisce la minoranza della popolazione della Russia. Solo quando si unirà
con la massa dei semi-proletari, cioè con la massa piccolo-borghese dei poveri della
città e della campagna, potrà diventare la stragrande, la schiacciante maggioranza
della popolazione” (V. Lenin, “La socialdemocrazia e il governo rivoluzionario
provvisorio”) e ancora “La dittatura del proletariato è la forma particolare
dell’alleanza di classe tra il proletariato, avanguardia dei lavoratori, e i numerosi strati
non proletari di lavoratori -piccola borghesia, piccoli proprietari, contadini,
intellettuali, ecc…- o la maggioranza di essi, alleanza diretta contro il capitale,
alleanza che ha per scopo il rovesciamento completo del capitale, lo schiacciamento
completo della resistenza della borghesia e dei suoi tentativi di restaurazione,
alleanza che ha per scopo l’instaurazione e il consolidamento definitivi del
Socialismo” (V. Lenin, Opere complete, IV edizione in lingua russa, Vol. XXIX, pag.
350). Vediamo che la stessa posizione sarà coerentemente recuperata dopo la
morte di Lenin da Josif Stalin: “Il problema delle masse lavoratrici della piccola
borghesia urbana e rurale, il problema di far passare queste masse dalla parte del
proletariato, è il più importante problema della rivoluzione proletaria” (J. Stalin, “La
rivoluzione d’ottobre e la tattica dei comunisti russi”).
E’ scritto chiaramente, “è il più importante problema della rivoluzione proletaria”.
Come giudicare quindi coloro che, in nome del proletariato, rifiutano di portare avanti
la causa della rivoluzione proletaria negando questo compito se non anticomunisti?
Ancora oggi il vasto insieme delle “partite iva” compone una grande fetta della
popolazione, con oltre 6 milioni di partite iva attive, dietro le quali stanno lavoratori
con le rispettive famiglie. Le lezioni di Lenin non sono da studiare per vezzo teorico,
ma per stimolare l’azione e la riflessione sui problemi contemporanei. Il ruolo
centrale dell’appoggio della piccola borghesia alla rivoluzione socialista non può
essere negato, non deve essere negato. Davanti a noi sta un’altra estate segnata
dalla diminuzione del conflitto sociale e dalle “riaperture”. Il prossimo autunno, tra
varianti e nuovi ceppi, potrebbe riservarci una nuova esplosione, acuita anche dal
progressivo sblocco dei licenziamenti e dal fallimento di decine di migliaia di attività
commerciali. Non facciamoci trovare impreparati.