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L’importanza della Rivoluzione Francese

di Leonardo Sinigaglia

“Io sono fatto per combattere il crimine, non per governarlo. Non è ancora giunto il tempo in cui gli uomini onesti possono servire impunemente la patria. I difensori della Libertà saranno sempre dei proscritti finché la masnada dei furfanti dominerà”

Maximilien Robespierre, 8 termidoro anno II della Rivoluzione

“Che cos’è il Terzo Stato?”

Emmanuel Joseph Sieyès nacque nel 1748 a Fréjus da una famiglia borghese. La volontà paterna lo portò alla carriera ecclesiastica, la quale venne portata avanti con poco interesse per le tematiche strettamente religiose. Era invece molto interessato ai pensieri dei “philosophes” e degli enciclopedisti, e trovò in essi la mentalità critica che lo mise al centro degli eventi rivoluzionari. Canonico a Chartres, ebbe ad osservare che la via dell’episcopato gli era sbarrata per via delle sue origini famigliari: questa sua personale prospettiva rivela in realtà quello che era il rapporto di forza fra le classi dell’Ancien Régime. Nonostante l’estrazione borghese, solo alla nobiltà erano riservate le più alte cariche religiose, militari e politiche. Ma cos’era la nobiltà rispetto alla Francia? O meglio, cosa era quella parte di Francia che non aveva la fortuna di esser nata nei ceti privilegiati, nobiltà e clero? A questa domanda risponde in maniera netta Sieyès: “Cosa è il Terzo Stato? Tutto, ma un tutto ostacolato ed oppresso”, e ancora “Che cosa chiede il Terzo Stato? Di divenire qualcosa” (Emmanuel Joseph Sieyès, “Che cos’è il Terzo Stato?”). Per quanto siano retoriche, queste affermazioni ben sintetizzano tanto lo stato di cose quanto le aspirazioni del Terzo Stato, o almeno la parte che in quella fase della Rivoluzione richiedeva i diritti politici. Il Terzo Stato è “tutto”, e lo è numericamente e anche “qualitativamente”. Nel suo pamphlet Sieyès cerca di quantificare la grandezza numerica dei vari ordini. Stimandosi in eccesso, ma in realtà sbagliando per difetto, egli numera 81.400 ecclesiastici e 110.000 nobili, per un totale di 191.400 privilegiati in un paese con circa 25 milioni e mezzo di persone. In realtà probabilmente la stima di Sieyès è errata, e sottovaluta il numero degli ecclesiastici di alcune decine di migliaia di membri, e quasi dimezza la nobiltà, ma le proporzioni rimangono lo stesso spaventose: ammettendo 300.000 nobili e 160.000 religiosi (Jean-Denis Bredin, “Sieyès, La clé de la Révolution”) si hanno 460.00 mila privilegiati rispetto a 25 milioni e mezzo di francesi, meno del due per cento del totale. Ma è in questo 98% privo di rappresentanza politica che riposa la forza produttiva e sociale della Francia. Nel Terzo Stato sono racchiusi tutti i non privilegiati, ricchi e poveri, artigiani e operai, banchieri e contadini, “plebe” e borghesia. In poche parole il Terzo Stato raggruppava la quasi totalità delle forze produttive che lamentavano di istituzioni ancora feudali, di disuguaglianze fiscali pressanti, di mancanza di spazi d’agibilità politica. Sieyès aveva ragione nel dire che il Terzo Stato era tutto, come dire che questo tutto in quel fine XVIII secolo spingeva per diventare qualcosa. Ma quel tutto non era omogeneo, anzi, e la direttrice del movimento non era per nulla definita. Gli anni successivi avrebbero dato prova di questo con un continuo rivolgimento della natura di classe del potere e della sua struttura.

Le tre rivoluzioni

Se per Rivoluzione Francese si intende il percorso che portò la borghesia francese a creare la sua dittatura di classe abbattendo l’aristocrazia, può essere sorprendente scoprire che a mettere in moto gli eventi fu l’aristocrazia stessa. Fra nobiltà e potere regio, nonostante i rapporti giuridici, non esistevano meno contrasti che fra questa e gli altri ordini. Dal 1614 i sovrani francesi avevano regnato in maniera sempre più autonoma rispetto alla nobiltà. A quell’anno risaleva l’ultima convocazione degli Stati Generali, che quindi più da un secolo non venivano consultati. Fu la profonda crisi economica, in cui il paese era precipitato a causa dell’enorme sforzo sostenuto durante la guerra dei sette anni e la guerre d’indipendenza americana, a fungere da “casus belli”: Jacques Necker, banchiere ginevrino nominato da Luigi XVI ministro delle finanze, aveva compreso che l’unico modo per uscire dall’impasse era la soppressione dei privilegi fiscali, che sostanzialmente rendevano immuni al versamento dei contributi proprio gli uomini in cui i capitali e i beni terrieri erano più accentrati. Con le finanze gravate dagli sprechi della corte e dai sempre più alti profitti dei finanzieri -nel 1788 la spesa per il debito pubblico ingoiava più di metà delle spese sostenute dallo Stato- e i privilegiati ostili ad ogni ridimensionamento del loro status, la crisi non poteva che esplodere. Si rivelò vano il tentativo monarchico di cercare una “terza via” fra l’abdicazione alle richieste della nobiltà, che sosteneva il diritto di voto sulle imposte, e l’eguaglianza fiscale, tentativo portato avanti prima tramite i ministeri di Calonne e di Loménie de Brienne. Il tesoro era ormai vuoto, e la resistenza dei Parlamenti, unita a vere e proprie sommosse scoppiate nelle maggiori città, costrinse Luigi XVI ad accettare le richieste nobiliari: furono riuniti gli Stati Generali per l’anno successivo, Necker fu richiamato e Calonne, in un gesto di forza, fu messo in stato d’accusa e costretto all’emigrazione.

La nobiltà tentava così la prova di forza: se avesse avuto successo si sarebbero ottenute le condizioni dell’Inghilterra, ossia una monarchia costituzionale orientata verso uno sviluppo capitalistico e liberale regolato dai “lords”, per il quale dovevano necessariamente cadere i capisaldi della politica monarchica, delle sue regolamentazioni in materia economica e del rispetto delle consuetudini legislative. L’esproprio delle proprietà delle Chiesa e delle comunità rurali sarebbe dovuto accadere nell’ottica dello sviluppo capitalistico. Per l’alta borghesia, “aristocrazia di toga”, e parte della nobiltà, la parte più intraprendente, ciò era un obiettivo programmatico inevitabile, per l’altra parte dei privilegiati si trattava di difendere la propria condizione. Un caso quindi di eterogenesi dei fini che portò all’evocazione di forze immense, puntualmente capaci di rompere le barriere in cui si volevano mantenere.

Questa prima “trama” aristocratica fondava la sua sicurezza sulle norme consuetudinarie: gli Stati Generali hanno il compito di rappresentare il paese, ma ovviamente non in senso egualitario. In essa si radunavano i rappresentanti dei tre ordini: la Nobiltà, il Clero ed il Terzo Stato. Se abbiamo già chiarito la natura “interclassista” di quest’ultimo, è bene far presente la condizione degli altri due stati. La composizione di questi era, se non altrettanto varia, specialmente parlando del clero assolutamente eterogenea. Non bisogna pensare alla nobiltà come ad un qualcosa di monolitico: al fianco dei borghesi arricchiti che avevano acquistato dei titoli vi erano nobili impoveriti, ridotti praticamente alla sussistenza, assieme a nobili conservatori e legati ai fasti dell’ideologia cavalleresca vi erano già quelli mossi da tendenze liberali e propensi all’industriosità; allo stesso modo il Clero aveva in suo seno tanto il cardinale, d’estrazione nobiliare, quanto il parroco di campagna, vivente condizioni equiparabili a quelle dei suoi contadini.

Questi gruppi, apparentemente saldi, nascondevano al loro interno delle contraddizioni profonde che sarebbero state fra le cause del successo del Terzo Stato. Sarà questo infatti a muovere il passo successivo, rendendo lo scontro fra nobiltà e monarchia uno scontro fra aristocrazia e borghesia. Con la convocazione degli Stati Generali si apriva un duplice terreno di lotta: uno legato alle formalità dell’assemblea, ossia sulle modalità di voto e di riunione, e l’altro legato alla rappresentanza delle rivendicazioni della popolazione.

“Voto per testa” contro “voto per ordine”: il Terzo Stato voleva che che i suoi rappresentanti fossero aumentati di numero in modo tale da rispecchiare in maniera migliore le vere proporzioni, e che il voto delle risoluzioni fosse accordato ai singoli, e non agli ordini; le classi privilegiate non potevano che opporsi, poiché proprio grazie alle riunioni separate e al voto per ordini avrebbero avuto garanzia di successo: qualsiasi misura volta ad intaccare le vestigia feudali sarebbe stata cassata dal compatto fronte del clero e della nobiltà, senza possibilità di mediazione.

Pur aumentando i rappresentanti del Terzo Stato, questi non sarebbero stati in grado di rappresentarne l’interezza, sia per una questione numerica che di classe. Infatti gli uomini chiamati a portare la voce del popolo agli Stati Generali erano avvocati, finanzieri, grandi mercanti, sostanzialmente alieno rimaneva il mondo artigiano e contadino. Certo, le elezioni dei rappresentanti avvenivano su base territoriale, come anche la compilazione dei “cahier de doléances”, ma queste non potevano che favorire, anche nelle campagne, le classi possidenti locali, uniche aventi gli strumenti culturali ed economici per sostenere il lavoro che gli si presentava. Ciò non impedì l’eterogeneità politica, sia all’interno del Terzo Stato che dei privilegiati. In particolare possiamo vedere la formazione del “partito patriota”, di cui figura di spicco sarà La Fayette, veterano della guerra d’indipendenza americana e deputato della nobiltà di Riom, che proponeva l’alleanza fra la borghesia e i settori progressisti della nobiltà e che era riconosciuto come interlocutore d’eccellenza, se non proprio come idolo, da gran parte del Terzo Stato, a dimostrazione di “quale posto la nobiltà si sarebbe assicurato nella società nuova se si fosse alleata alla borghesia” (G. Lefebvre, “La Rivoluzione Francese”).

Nonostante l’inizio delle sedute fosse stato fissato per il 27 aprile, a causa di un tentativo della Corte di rinviare sine die gli Stati Generali, solo il 5 maggio Luigi XVI inaugurò la sessione. Il giorno seguente iniziò la verifica dei poteri degli ordini, ma il Terzo Stato si rifiutò di costituirsi senza che ci si fosse riuniti in seduta comune. La nobiltà non si lasciò intimorire, e si dichiarò costituita. Si andò così verso una chiusura del dialogo, che fu esacerbata grazie all’ultimatum proposto da Sieyès il 10 giugno: se gli altri ordini non si fossero uniti al Terzo Stato in riunione, sugli assenti sarebbe stata dichiarata la contumacia. Questo avvenne nonostante i tentativi di mediazione del Re, mentre all’appello risposero non pochi ecclesiastici. Il 17 giugno il Terzo Stato nominò la sua seduta “Assemblea Nazionale”, dando per riuniti gli ordini. Il 20 giugno, trovando la sala a loro disposta chiusa, i membri dell’Assemblea si riunirono in una vicina struttura dedicata al gioco della pallacorda, qui avvenne il famoso giuramento: l’Assemblea non si sarebbe sciolta fino all’approvazione di una Costituzione. Luigi XVI intimò quindi lo scioglimento degli Stati Generali, ma la risposta di questi fu chiara, come possiamo vedere dalle parole di Mirabeau: “Non lasceremo i nostri posti che per la forza delle armi”. Nonostante l’ingresso di 47 nobili nell’assemblea, l’invito del Re ad unire le rappresentante e la de facto soppressione della distinzione per ordini, rimase grande la paura del colpo di mano militare orchestrato dalla corte. D’altronde alcune divisioni si stavano spostando, e un nuovo licenziamento di Necker fu la causa del divampare della rivolta.

La rivoluzione borghese voleva essere condotta per mezzi pacifici e parlamentari. Si sperava tramite la prova di forza legale a imporre un nuovo corso alla monarchia, una svolta liberale e modernizzatrice. Ma l’urto di questa con le resistenza dei ceti privilegiati e della monarchia innescò una crisi che si sarebbe rivelata la porta adatta all’ingresso definitivo delle masse sulla scena.

Le condizioni del popolo minuto erano al limite della sopportazione: il carico fiscale premeva tutto su di esso, mentre cattive annate avevano causato un rincaro spaventoso dei beni di prima necessità. L’attacco della Corte all’Assemblea era visto come l’aggressione dei privilegiati verso chi stava cercando di migliorare la situazione del paese, ponendo fine alle ingiustizie. Fu la paura della congiura aristocratica ad accendere le torce: interi quartieri parigini si sollevarono, le botteghe degli armaioli furono svuotate, fu eletto un comitato permanente ed istituita una milizia cittadina. Il 14 luglio una folla composta prevalentemente da artigiani e salariati si recò alla Bastiglia per chiedere che venissero consegnate le armi. Il rifiuto del suo governatore, De Launay, fu accompagnato dal fuoco dei mercenari svizzeri della guarnigione della fortezza. Lo scontro fu risolto da un reparto di Guardie Nazionali, che con il fuoco di alcuni cannoni costrinsero alla resa De Launay, il quale in seguito fu messo a morte, e la sua testa venne portata su di una picca in giro per la città.

La presa della Bastiglia segna un punto di svolta: essa non costituì in sé un grande evento, ma il suo carattere simbolico la resero emblema del processo rivoluzionario. Per la prima volta il popolo contestava attivamente lo Stato monarchico, attaccandolo alle sue fondamenta: il monopolio della violenza legale. Intimando la resa ad una fortezza e mettendo a morte il suo governatore, il popolo compì l’atto costitutivo della sua sovranità. Esso decise autonomamente da che parte stava il diritto, dalla sua, e da quale parte stava l’eversione, da quella di De Launay. Il popolo divenne sovrano quando iniziò ad agire come tale, imponendo il suo diritto e la sua forza.

Gli eventi di metà luglio suscitarono la reazione sperata: il 15 Luigi XVI fece allontanare le truppe da Parigi, il 16 Necker venne richiamato, il 17 accettò la coccarda tricolore. La tensione non per questo si allentò: nelle campagne si diffuse ovunque un clima di violenza e sospetto, la “Grande Paura”, dove il nobile veniva visto come nemico, potenziale cospiratore, in combutta con le potenze straniere per tutelare i suoi privilegi. Ciò causò da un lato il progressivo polarizzarsi della nobiltà su posizioni ostili al moto rivoluzionario, dall’altro la necessità da parte del potere borghese costituendo di porre un freno alle espressioni della collera del popolo.

Il carattere antifeudale dei tumulti nelle campagne diede sprone all’assemblea di varare la soppressione, anche se non integrale, del regime feudale, completata la notte del 4 agosto 1789, seguita a fine mese dall’approvazione della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino. E’ bene ora spendere due parole su questo documento. Esso si può dire che abbia costituito l’atto di decesso dell’Antico Regime, formulato soprattutto da elementi liberali ma permesso soprattutto dalla rivoluzione popolare, che aveva permesso all’Assemblea quei margini di manovra che la monarchia intendeva negargli. “La scomparsa dell’autorità signorile rimase, per i contadini francesi, il risultato essenziale della Rivoluzione” (Ibidem): questo risultato fu codificato formalmente nell’agosto dell’89, ma proprio sulle masse contadine ebbe il suo appoggio. Se da una parte l’Assemblea non poteva disconoscere completamente la violenza popolare, pena l’alienarsi sin da principio le simpatie dei contadini, non poteva nemmeno però lasciare ad essa campo aperto. L’abolizione di gran parte dei diritti feudali e la Dichiarazione servivano a porre in una cornice legale a favore dell’alta borghesia gli eventi dell’estate.

Pur enfatizzando norme di carattere generale, la Dichiarazione non può che essere letta come un prodotto storico: l’attenzione è rivolta soprattutto ai temi che venivano percepiti come più controversi, i terreni dove ancora era in corso uno scontro. E’ esemplificativo infatti il pensare come la libertà individuale venga menzionata in ben tre articoli, mentre la libertà di coscienza viene intesa come “tolleranza religiosa”, e a malapena accennata, mentre pochissimo spazio venne dato alla codifica dei diritti di proprietà e di successione: la stessa libertà economica non fu che proclamata nel 1791. Questo perché le uniche controversie in seno alla proprietà non riguardavano di certo la proprietà borghese, o la redistribuzione di questa, ma unicamente la distruzione della proprietà feudale e la conseguente immissione sul mercato delle proprietà signorili. La proprietà borghese, pur limitata dai rapporti feudali, non era minacciata o combattuta dall’Ancien Régime, e per questo non ci fu la necessità di approfondire il tema.

Gli enunciati sull’uguaglianza e la libertà dei cittadini ebbero una diversa ricezione: da parte liberale francese Sieyès chiese di precisare che l’uguaglianza fosse d’intendersi come diritti, non già come uguaglianza di mezzi, mentre dall’altra parte della Manica sempre un liberale come Burke arrivava a rifiutare la Dichiarazione, portando avanti una totale condanna “questa teoria eversiva che apre la strada alle rivendicazioni politiche e sociali di <<parrucchieri>> e <<candelai>>, per non dire di <<innumerevoli autorità più servili di queste>>, alle rivendicazioni della <<moltitudine suina>>, o comunque di gente la cui <<occupazione sordida e mercenaria>> comporta per sé <<una meschina prospettiva delle cose umane>>” (Domenico Losurdo, “Controstoria del liberalismo”). Ad essere sotto attacco sono quindi le possibili conseguenze dell’applicazione reale di un principio astratto. Cos’è l’uguaglianza? E’ compatibile con l’esistenza di manifeste disuguaglianze sociali? E’ compatibile con la schiavitù e il voto censitario? Per la maggior parte dei membri dell’Assemblea la risposta era indubbiamente sì, ma non era così per i club popolari che si creavano un pò ovunque, e non era così per i foglianti e giacobini, che componevano lo schieramento di sinistra.

In settembre venne approvato un nuovo decreto, che limitava il potere di veto del monarca ad una funzione puramente sospensiva. Ma sia quest’ultimo che i decreti precedenti necessitavano dell’approvazione del Re prima di essere codificati come leggi. L’atteggiamento ambiguo ed evasivo di Luigi XVI fecero nuovamente crescere tra le masse la paura della congiura aristocratica, e così tra il 5 ed il 6 ottobre un corteo composto principalmente da donne si recò a Versailles: la famiglia reale fu trasferita sotto scorta a Parigi, Luigi XVI dovette accettare i decreti di agosto e settembre.

Ancora una volta l’azione delle masse riusciva là dove la politica borghese non aveva prospettive di riuscita, ed ecco che ancor più di prima si consumava una scissione nel campo “patriota”: da un lato la nobiltà era sempre più ostile alla piega che gli eventi avevano preso, e si sentiva ora minacciata integralmente nella sua proprietà, mentre dall’altra parte la piccola borghesia e i proletari urbani si organizzavano attorno al movimento democratico, allontanandosi dai moderati e dai liberali. La congiura aristocratica era stata fino a quel momento probabilmente qualcosa di poco più concreto di una fantasia, ma, come fosse una profezia auto-avverante, si andava ora a materializzare: sarebbero stati da questo momento gli aristocratici a cospirare attivamente contro la Rivoluzione, cercando l’intervento straniero e sobillando alla sollevazione monarchica.

Lungo i mesi successivi il campo liberale cercò di fortificarsi attorno alla figura di La Fayette, che attraverso l’arruolamento in seno alla Guardia Nazionale di elementi borghesi e il ruolo di mediazione fra aristocrazia e alta borghesia portò avanti l’obiettivo della definitiva affermazione del modello monarchico-costituzionale. Ma la paura dell’intervento straniero continuava a dilagare, mentre si inaspriva sempre di più il rapporto fra gran parte dell’aristocrazia nei confronti della Rivoluzione, in un percorso di polarizzazione che portava le masse a guardare con sempre più sospetto il re e tutta la famiglia reale. D’altronde nelle campagne la situazione non era mutata: tumulti e saccheggi continuavano a susseguirsi alimentati dalla fame e dall’odio verso gli aristocratici, mentre la questione ecclesiastica portava quasi tutti i vescovi e circa la metà dei parroci, resi pubblici funzionari, a rifiutare il giuramento di fedeltà alla Rivoluzione, andando a gettare così ulteriore scompiglio.

Le preoccupazioni intorno ad una potenziale fuga del Re non erano eccessive. Anzi, da tempo la famiglia reale cercava contatti con i propri pari europei per suscitare l’intervento armato volto a porre fine allo sconvolgimento rivoluzionario, e le forzature a cui Luigi XVI fu sottoposto dal “popolo minuto” non ebbero che l’effetto di accentuare la sua volontà di porsi al sicuro oltre confine. Marat stesso non cessava di predire la fuga, e Maria Antonietta nelle sue lettere a Leopoldo II accennava esplicitamente alla preparazione di un tentativo di fuga. Tentativo che puntualmente avvenne: la sera del 20 giugno 1791 il re, la sua famiglia e alcuni cortigiani uscirono dalle Tuileries, dove si erano stabiliti a Parigi, proprio poco dopo che La Fayette avesse annunciato che il palazzo fosse ben sorvegliato. Giunto in ritardo alla costa di Varannes non vi trovò il cambio di cavalli concordato, e venne riconosciuto da un tal Drouet, mastro di posta di Sainte-Menehould, che bloccò la strada con una barricata. Raggiunto dai soldati, il re dovette ripartire la mattina dopo immerso fra ali di folle minacciose.

La tentata fuga di Varennes segna un altro cambio di passo nel processo rivoluzionario. Il progetto politico moderato vedeva in essa la sua condanna a morte: altre forze avrebbero ottenuto l’egemonia, e l’orizzonte repubblicano non era più chimerico, ma poteva ora essere posto all’ordine del giorno.

Maximilien Robespierre

Maximilien François Marie Isidore de Robespierre nacque ad Arras, cittadina nella regione dell’Artois, nel Nord Est della Francia, da Francesco Robespierre, piccolo e spiantato avvocato, e da Giacomina Carraut, figlia di un ricco birraio. La madre morirà di parto dando alla luce il suo quinto figlio, mentre il padre abbandonò la famiglia per ricostruirsi una vita in Belgio. Lui e i suoi fratelli vennero mantenuti dalla famiglia Carraut e dalle zie paterne. Maximilien fu ammesso grazie a queste nel collegio “Luigi il Grande” con una borsa di studio. Qui si dimostrò un allievo eccezionale, tanto che, ironicamente, nel 1775 fu incaricato di recitare a Luigi XVI e alla regina un carme in versi latini. Lasciò il collegio nel 1781, e iniziò la professione forense, vincendo diverse cause nella regione. Eletto come rappresentante del Terzo Stato, e poi membro dell’Assemblea Nazionale, egli si recò a Parigi con pochi e logori vestiti. Per la sua apperenza, la sua veemenza e la sua origine “provinciale” i suoi interventi non suscitarono particolari entusiasmi fra i colleghi, che anzi trovavano nell’aspetto e nel suo accento ragioni di scherno. Diversamente la pensavano le classi meno abbienti: Robespierre, imbevuto degli scritti di Rousseau, aveva sposato la causa dell’uguaglianza, e andava a rappresentare quindi gli interessi e le aspirazioni dei diseredati. Il 17 luglio 1789 fece parte del corteo che scortò a Parigi il re, per dichiararsi a settembre contro ogni possibilità di veto da parte del monarca. Allo stesso tempo si dimostrò contrario al progetto di legge marziale proposto da Sieyès, poi approvato, e sostiene la causa dei contadini contro la repressione scatenata dall’Assemblea Nazionale. Sempre gli interessi dei contadini difendeva nel marzo del ‘90 quando parlava contro la recinzione delle terre, il meccanismo che in Inghilterra aveva permesso alla grande borghesia di espropriare i possessi personali e le terre comuni nelle campagne. Membro del club dei bretoni, ribattezzato poi in club dei giacobini, Robespierre combatte sin dai suoi primi passi all’interno dell’Assemblea per una “svolta a sinistra” osteggiata tanto dalla compagine liberale quanto dai monarchici reazionari. Sarà però soltanto nel ‘91 che egli riuscì ad acquisire una vastissima popolarità, diventando una delle principali figure di riferimento nel panorama politico, e questo in rapporto a due tematiche di grandissima importanza: la legge elettorale censitaria che distingueva fra cittadini attivi e passivi, e la necessità di porre fine all’istituto monarchico, giustiziando il re e proclamando la Repubblica. In realtà le questioni erano fortemente intrecciate, ma solo dopo la fuga di Varannes ciò diverrà materia di discussione politica.

Il progetto di Costituzione del ‘91, che sarebbe stato votato il 12 settembre, intendeva configurare la Francia come una monarchia costituzionale in cui il potere esecutivo era affidato al monarca, e in cui i membri dell’Assemblea Legislativa venivano eletti a doppio grado dai “cittadini attivi”, ossia quei cittadini capaci di pagare imposte pari a tre giornate lavorative, che eleggevano elettori a loro volta responsabili dell’elezione di deputati tra quei francesi capaci di pagare tasse per dieci giornate lavorative. Si arrivava così ad un elettorato “attivo” di 4 milioni di persone su una popolazione di 25 milioni, e questo unicamente per l’elezione degli elettori! Se la figura del monarca si vedeva indebolita, capace ora unicamente di nominare su indirizzo dell’Assemblea i ministri e in obbligo di far approvare i trattati internazionali, le masse popolari si ritrovarono in gran parte escluse dalla gestione della cosa pubblica, e questo nonostante il loro ruolo cruciale nel processo rivoluzionario. Nell’aprile del ‘91 Robespierre fece il suo celebre discorso contro la legge del “Marco d’argento”, ossia contro la legge elettorale censitaria.

“La nazione è forse sovrana, quando il maggior numero degli individui che la compongono è privato dei diritti politici che costituiscono la sovranità? No certo. E tuttavia avete visto che questi stessi decreti li tolgono alla maggioranza dei francesi. E che cosa sarebbe dunque la vostra Dichiarazione dei diritti, se questi decreti potessero continuare ad esistere? Una formula vana. E che cosa sarebbe la nazione? Schiava; poiché la libertà consiste nell’obbedire alle leggi che ci si è dati, e la schiavitù nell’essere costretti a sottomettersi ad una volontà estranea. E che cosa sarebbe la vostra Costituzione? Una aristocrazia vera e propria. Poiché l’aristocrazia è lo Stato in cui una porzione di cittadini è sovrana ed il resto è costituito da sudditi. E poi, quale aristocrazia! Quella più insopportabile di tutte: quella dei ricchi. Tutti gli uomini nati e domiciliati in Francia sono membri di quella società politica che chiamiamo nazione francese; cioè sono cittadini francesi. Essi lo sono per la natura delle cose e per i princìpi primi del diritto delle genti. I diritti connessi a quel titolo non dipendono né dalla fortuna che ciascuno di essi possiede, né dalla quota di imposta a cui è sottoposto, poiché non è certo l’imposta che ci rende cittadini; la qualità di cittadini obbliga soltanto a contribuire alla spesa comune dello Stato, secondo le proprie possibilità. Ora, voi potete dare delle leggi ai vostri cittadini: ma non potete annientarli. I sostenitori del sistema che combatto hanno avvertito essi stessi il senso di questa verità, poiché – non osando contestare la qualità di cittadino a coloro che essi condannavano alla diseredazione politica – si sono affannati ad eludere il principio dell’uguaglianza che essa necessariamente suppone, attraverso la distinzione tra cittadini attivi e cittadini passivi. Contando sulla facilità con cui si governano gli uomini con le parole, essi hanno tentato di ingannarci formulando, con questa nuova espressione, la più patente violazione dei diritti dell’uomo […]. Non cesserò mai di protestare contro questa locuzione insidiosa e barbara che macchierà al tempo stesso il nostro codice e la nostra lingua, se non tentiamo di cancellarla dall’uno e dall’altra, affinché la parola libertà non divenga essa stessa insignificante e derisoria. Che cosa aggiungerò a verità tanto evidenti? Nulla, per i rappresentanti della nazione, la cui opinione ed il cui voto hanno già prevenuto la mia domanda: non mi resta che rispondere ai deplorevoli sofismi sui quali i pregiudizi e l’ambizione di una certa classe di uomini si sforza di puntellare la dottrina disastrosa che combatto. È a quelli soltanto che parlerò. Il popolo! Gente che non ha nulla! I pericoli della corruzione! L’esempio dell’Inghilterra, quello dei popoli che si suppongono liberi: ecco quali sono gli argomenti che essi oppongono alla giustizia ed alla ragione! Non dovrei rispondere che una sola parola: il popolo, questa moltitudine di uomini dei quali difendo la causa, possiede diritti che hanno la stessa origine dei vostri. Chi vi ha dato il potere di toglierglieli? […] L’Inghilterra! E che cosa vi importa dell’Inghilterra e della sua viziosa Costituzione, che è potuta sembrarvi libera quando eravate discesi all’ultimo gradino della schiavitù, ma che bisogna infine cessare di vantare per ignoranza o per abitudine? I popoli liberi! Ma dove sono mai essi? Se io vi mostrassi la storia di quelli che voi onorate con quel nome, viaccorgereste che si tratta di aggregati di uomini più o meno traviati dalle strade della ragione e della natura, più o meno asserviti, sotto governi che sono stati istituiti solo dal caso, dall’ambizione o dalla forza. Ed è dunque per copiare servilmente gli errori o le ingiustizie che hanno per così lungo tempo degradato ed oppresso la specie umana, che l’eterna provvidenza vi ha chiamati – unici dall’inizio del mondo – a ristabilire sulla terra l’impero della giustizia e della libertà, sotto i lumi più vivi che abbiano mai rischiarato la pubblica ragione, in mezzo a circostanze quasi miracolose che essa si è compiaciuta di riunire, per assicurarvi il potere di restituire all’uomo la sua felicità, le sue virtù, e la sua dignità originaria? Che sentano tutto il peso di questa santa missione, quelli che, per tutta risposta alle nostre giuste rimostranze, si accontentano di dirci freddamente: «Con tutti i suoi vizi, la nostra Costituzione è ancora la migliore che sia mai esistita». Ma è forse perché conserviate con noncuranza, in questa Costituzione, alcuni difetti essenziali che distruggono le basi prime dell’ordine sociale; è forse per questo che ventisei milioni di uomini hanno riposto nelle vostre mani il terribile deposito dei loro destini? […] Ma vi è di più: se non fate tutto per la libertà, non avrete fatto nulla. Non vi sono affatto due modi di essere liberi: bisogna esserlo interamente, oppure accettare di ridiventare schiavi. La minima risorsa lasciata al dispotismo ristabilirà ben presto il suo potere. Che dico! Già da ora esso vi circonda con le sue seduzioni e con la sua influenza: ben presto vi opprimerà con la sua forza. […] Il popolo chiede solo il necessario, vuole solo giustizia e tranquillità; i ricchi, invece, pretendono tutto, vogliono invadere tutto, e dominare tutto. Gli abusi sono l’opera ed il dominio dei ricchi, e sono il flagello dei popoli: l’interesse del popolo è l’interesse generale, quello dei ricchi è l’interesse particolare; e voi volete rendere il popolo nullo ed i ricchi onnipotenti!” (Maximilien Robespierre, “Sulla necessità di revocare i decreti che legano l’esercizio dei diritti del cittadino all’imposta del marco d’argento o di un determinato numero di giornate lavorative”, tratto da “La Rivoluzione Giacobina”, a cura di Umberto Cerroni)

Possiamo qui vedere come Robespierre metta a nudo la contraddizione fra i principi generali proclamati dell’eguaglianza e della libertà e la realtà effettiva di un sistema politico fondato sulla discriminazione censitaria. E’ ben evidente la distinzione fatta fra l’interesse del popolo, delle moltitudini, e quello dei ricchi, perennemente affamati e mai soddisfatti, pronti ad abbattere qualsiasi barriera, a sopprimere qualunque diritto per garantirsi sempre più ricchezza e potere. Robespierre fra queste due parti, davanti all’Assemblea ostile, sceglie la prima, sceglie la prima, quella del popolo. E sempre questa sosterrà all’indomani del massacro del campo di Marte, quando il 17 luglio la guardia nazionale di La Fayette spara sulla folla che chiedeva la Repubblica, lasciando sul terreno decine di morti. Non vi era più spazio per mediazioni ed ambiguità: “da un lato i costituzionali, la borghesia censitaria, che, per salvare la sua opera, si mostrava disposta a patteggiare con il re e con i <<neri>>; dall’altro, i democratici, tra i quali prendevano sempre più piede i repubblicani: tra loro, il sangue del campo di Marte e il terrore <<tricolore>>.” (G. Lefebvre, “La Rivoluzione Francese”).

Questa divisione trova riscontro: il 14 settembre il Re giura fedeltà alla Costituzione. Nemmeno dopo la tentata fuga, nemmeno dopo la certezza che il re stesse tramando con le potenze straniere per sobillare l’invasione, la borghesia liberale volle ruppere con egli. Si preferì fingere pubblicamente di credere ad un preteso “complotto” volto a rapire Luigi XVI. Sulla fuga del monarca, Robespierre aveva le idee chiare: a turbarlo non era stata la fuga -che anzi definirà “il più bel giorno di tutta la Rivoluzione- ma il fatto che ora molti membri dell’assemblea si prestassero al teatrino del rapimento a difesa dell’istituto monarchico: “Qui ho bisogno che mi si ascolti fino in fondo: ciò che mi spaventa -lo ripeto- sono precisamente le circostanze che sembrano rassicurare tutti gli altri. Il fatto che questa mattina tutti i nemici parlano lo stesso linguaggio. Sono tutti d’accordo. Hanno tutti lo stesso volto -e tuttavia è fin troppo chiaro che un re che aveva quaranta milioni di rendite, che aveva ancora la più bella corona del mondo, e la più salda di tutte, sulla sua testa, non ha potuto rinunciare a così grandi vantaggi senza essere sicuro di recuperarli. Ora, egli non può certo fondare le sue speranze soltanto sull’appoggio di Leopoldo e del re di Svezia, e sull’esercito d’oltre Reno: poichè -lo ripeto ancora una volta- anche se tutti i briganti d’Europa si alleassero tra di loro, essi sarebbero vinti. E’ dunque in mezzo a noi, è in questa stessa capitale, che il re fuggitivo ha lasciato gli appoggi sui quali contare per il suo ritorno trionfale.” (M. Robespierre, 21 giugno 1791). L’azione del Re aveva costretto a gettare la maschera: le parti in campo e le reciproche lealtà chiarite.

La successiva campagna per scatenare la guerra contro l’Austria, portata avanti dalla Corte e dai Girondini, mostrò ancor più concretamente quanto gli interessi della borghesia liberale tendessero a convergere con quelli della monarchia: se i girondini a parole facevano professione di fede rivoluzionaria e anzi sostenevano l’idea di espandere la rivoluzione stessa, nella realtà lo scoppio della guerra non era che l’ultima “exit strategy” ideata dal Re: con il paese sconvolto e l’esercito annichilito, le potenze europee avrebbero avuto gioco facile nel ripristinare il potere di Luigi XVI, aiutate in maniera più o meno vistosa dai controrivoluzionari francesi. La nomina di un ministero girondino il 15 marzo 1792 accelerò gli eventi: per il loro progetto bellicoso essi dovettero cedere a patti non solo con l’ala monarchico-liberale, ma anche assicurare a La Fayette il comando dell’esercito. Se nelle loro intenzioni la guerra sembrava destinata a rafforzare il potere dell’Assemblea contro quello del re, per i partigiani di questo sarebbe stata la ghiotta occasione di porre gli armati sono il comando di ufficiali fedeli, e utilizzarli per schiacciare ogni resistenza interna.

Robespierre era conscio di ciò, e per questo si oppose tenacemente alla guerra, attaccando pesantemente i girondini: “non si facevano essi garanti di La Fayette, l’uomo dell’eccidio del campo di Marte, e non esigevano che si facesse credito a Narbonne, ministro del re, perché la guerra esigeva unione? Smascherando i disegni dei Foglianti, egli sosteneva che, prima di combattere, bisognava metter sotto stretto controllo il re e cacciare dall’esercito gli ufficiali controrivoluzionari” (G. Lefebvre, “La Rivoluzione Francese”). Ancora una volta sottolineava come il fronte più delicato fosse quello interno: “La corte ha sempre voluto la guerra. E la vuole ancora: ma attendeva il momento favorevole, che essa stessa stava preparando, per dichiararla, e regalarvela nella maniera più conveniente alle sue prospettive. Bisognava attendere che le emigrazioni avessero ingrossato le fila dei ribelli, e che le potenze straniere avessero concentrato le loro misure a questo riguardo; […] Osservate come la nazione è divisa in tre partiti: gli aristocratici, i patrioti, e quel partito centrista e ipocrita che si denomina ministeriale. I primi due non sarebbero stati temibili da soli e la libertà sarebbe stata consolidata, se gli intriganti che si erano nascosti sotto la maschera ipocrita del patriottismo non fossero venuti a gettarsi tra essi e il popolo per stabilire un sistema aristocratico omogeneo ai loro interessi personali. […] Riassumo. Non bisogna assolutamente dichiarare la guerra, nel momento attuale. Bisogna innanzitutto far fabbricare armi dappertutto, e senza tregua. Bisogna armare le guardie nazionali. Bisogna armare il popolo, non fosse d’altro che di sole picche. Bisogna prendere misure severe e differenti da quelle che sono state finora adottate, poiché ai ministri non è dato trascurare tutto ciò che la sicurezza dello Stato esige. Bisogna difendere la dignità del popolo e difendere i suoi diritti troppo spesso trascurati.” (M. Robespierre, “Sulla risoluzione che l’Assemblea Nazionale deve prendere relativamente alla proposta di guerra annunciata dal potere esecutivo”, 18 dicembre 1791).

Il 20 aprile 1792 viene dichiarata guerra all’Austria dopo un ultimatum mandato a questa dal Comitato Diplomatico. Ma l’esercito non era minimamente preparato, diviso al suo interno e comandato da un ufficialità incline al tradimento e alla collaborazione col nemico. Il 18 maggio si tenne una riunione dei capi delle armate riunitisi a Valenciennes, dove essi dichiararono non solo che era impossibile continuare le operazioni, ma fecero esplicita richiesta al re di concludere una pace immediata. Al di là delle colpe, esistenti, dei generali, era chiaro che il voltafaccia fosse prevalentemente politico. Con gli eserciti imperiali che premevano i confini crebbe ancor di più in seno alle masse l’entusiasmo rivoluzionario e la radicalità nei confronti degli elementi considerati ambigui o in aperto tradimento. Ma non si trattava soltanto di “difesa della patria” in senso stretto. A muovere i “sanculotti” vi erano fondamentali rivendicazioni sociali: il ricco veniva identificato con il collaboratore, con l’accaparratore, col collaborazionista e il reazionario. Le richieste redistributive e le tasse imposte ai ricchi per finanziare l’acquisto da parte delle masse di armi da fuoco non poteva che mettere in agitazione i ceti agiati e i loro rappresentanti politici, per i quali la rivoluzione, se poteva andare a modificare le competenze del monarca, non poteva in nessun modo spingersi sul campo sociale. L’inflazione, per giunta, aggravò ulteriormente la crisi delle campagne, e aprì la porta alla speculazione: i ricchi pagavano in assegnati dallo scarso valore reale, ma esigevano pagamenti in moneta metallica. In tutta la Francia si diffusero insurrezioni e violenze. Il 3 marzo gli operai del Maine e della Perche uccisero il sicndaco di Etampes, Simoneau. I girondini gli resero onore dichiarandolo “martire della proprietà”. Infatti i proposti “democratici” dei girondini non andavano oltre all’estensione di alcuni diritti politici: qualsiasi prospetto di reale democrazia politica o di democrazia sociale restava a loro non solo assolutamente alieno, ma dichiaratamente nemico. Anche in questo campo la frattura con i giacobini e con Robespierre non poteva che essere più netta: all’illimitato diritto alla proprietà promosso dai liberali, che nella prassi stava a significare unicamente la sanzione dell’illimitato potere della borghesia, Robespierre contrapponeva la circoscrizione e la limitazione di questo. In quello che sarebbe diventato il progetto della Costituzione del ‘93, Robespierre definiva la proprietà come “il diritto di ogni cittadino di godere e di disporre della porzione di beni che gli è garantita dalla legge. Il diritto di proprietà è limitato, come tutti gli altri, dall’obbligo di rispettare i diritti altrui. Esso non può pregiudicare né la sicurezza, né la libertà, né l’esistenza, né la proprietà dei nostri simili. Ogni possesso, ogni traffico che viola questo principio è illecito ed immorale.” (M. Robespierre, “Sulla proprietà. Seguito dal progetto di dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino”, 24 aprile 1793).

Si potrebbe, giustamente, contestare l’astrattezza del concetto di proprietà utilizzato qui da Robespierre, ma bisogna tenere a mente non solo la matrice morale ed idealistica della sua ideologia politica, ma anche la sua collocazione temporale. Nei fatti vediamo che il limitare il diritto di proprietà alla fruizione universale di questo diritto significherebbe null’altro che impedirne qualsiasi accumulo, qualsiasi disparità. Significherebbe null’altro che la distruzione della proprietà privata a favore di quella personale. Rendendo tutti proprietari, e impedendo la violazione del diritto di proprietà di ciascuno, si crea, almeno in linea teorica, una società d’eguali e realmente democratica. A fargli eco è il suo più stretto compagno ed amico, Louis Antoine de Saint-Just, che, ancora una volta sulla scia di Rousseau, pone un collegamento diretto fra la stabilità politica, il bene pubblico e l’equa distribuzione della proprietà: “La rivoluzione deve terminare con la perfezione della felicità e della libertà pubblica per mezzo delle leggi. […] Dubito che la libertà possa affermarsi finché sarà possibile sollevare i poveri contro il nuovo ordine di cose; dubito che non ci siano più poveri se non si fa in modo che ciascuno abbia la sua terra. […] Un povero sta al di sopra del governo e delle potenze della terra; egli deve parlare loro da padrone…Occorre una dottrina che traduca in realtà questi principi, e assicuri il benessere a tutto il popolo” (Louis Antoine de Saint-Just, “Frammenti Repubblicani”)

Questa prospettiva, per quanto assolutamente avanzata se rapportata alle circostanze, è però vittima di incomprensioni fondamentali: l’orizzonte in cui si configura è quello pre-moderno, agricolo, è lo stesso progetto che fu dei Gracchi, è un orizzonte che nei fatti è già superato. Mentre si parla di leggi agrarie e di redistribuzioni della terra le fabbriche sorgono, i campi vengono espropriati e concentrati, nasce il proletariato. Come giudicare quindi le idee qui espresse? Come una particolare fase, un particolare momento nel percorso emancipatorio dell’Umanità, una fase superata ma non per questo “sbagliata” nei suoi principi o se storicamente valutata.

Le masse di questo si rendevano conto, e infatti i giacobini ne divennero fra gli interlocutori privilegiati. E di questo si rendevano conto anche i girondini e la fazione governativa: il 17 e il 23 luglio furono fatte dalle federazioni di tutta la Francia petizioni che chiedevano la deposizione del re, la municipalità di Marsiglia appoggiò apertamente la richiesta; il 26 luglio Brissot minacciò “la spada della legge” contro i repubblicani e chiunque chiedesse la deposizione del re. Si andava verso un nuovo punto di svolta, questa volta a carattere non solo parigino, ma nazionale.

Nelle strade venne proclamata la “patria in pericolo”, minacciata tanto dalle armate della coalizione quanto dai nemici interni. Tutte le sezioni parigine si dichiararono a favore della decadenza della monarchia, mentre i cittadini “passivi” venivano inseriti nella Guardia Nazionale. Robespierre sostenne allora la necessità di sbarazzarsi dell’Assemblea, covo di monarchici e di moderati, e di procedere ad una nuova Costituente. Il primo venne diffuso a Parigi il proclama di Brunswick, il quale minacciava di devastare la città nel caso di oltraggi alla famiglia reale. Inutile dire che anche tale dichiarazione non fece che rafforzare l’idea dell’intesa fra i monarchici interni e gli invasori esterni. La notte del 9 agosto la municipalità rivoluzionaria di Parigi si affiancò a quella legale, con l’obbiettivo di sostituirla, mentre i sanculotti si mobilitavano temendo il colpo di forza reazionario. Su invito del procuratore generale, Luigi XVI e la sua famiglia lasciarono le Tuileries per chiedere asilo all’Assemblea, mentre queste venivano assaltate da insorti marsigliesi, i quali vennero accolti dalla resistenza delle guardie svizzere. Nello scontro a fuoco che ne seguì morirono decine fra attaccanti e difensori. Il 10 agosto segnò la fine dell’Assemblea Legislativa e del potere girondino. Lo scollamento fra le masse popolari e le forze liberali era ormai irrimediabile: una nuova prospettiva si apriva ora, quella democratica. Fu decretata la sospensione del re, il quale fu internato nella Torre del Tempio, e fu convocata un’assemblea costituente da eleggersi a suffragio universale, la quale avrebbe anche deciso delle sorti del monarca. Il 14 La Fayette disertò e passò le linee per consegnarsi agli austriaci.

A seguito del 10 agosto possiamo vedere quelle che saranno le prime avvisaglie del Terrore rivoluzionario: i corpi volontari procedettero a numerose esecuzioni sommarie contro i prigionieri politici, la più famosa delle quali coinvolse i detenuti trasferiti il 2 agosto dall’Hotel-de-Ville all’Abbaye, dove furono messi tutti a morte. Per quanto possano sembrare brutali, tali violenze non furono altro che il frutto del clima creatosi con l’attiva cospirazione reazionaria e i numerosi tradimenti. Lo stesso Marat aveva già raccomandato come unico mezzo per salvare la Rivoluzione l’eccidio degli aristocratici, e il tradimento di La Fayette e la resa di Verdun, di cui si ebbe notizia proprio ai primi di settembre, non fecero che infiammare gli animi di collera verso tutti quelli che si sospettava di collaborazione col nemico. I girondini vennero colti poi dal terrore quando si iniziarono a formare spontaneamente tribunali popolari, ed arrivarono ad accusare Robespierre di collaborazione con gli autori dei massacri.

La Convenzione Nazionale, come era stato chiamato l’organo costituente, si riunì il 21 settembre con una relativa maggioranza girondina, ma il loro tempo era ormai giunto. Nonostante alcune grandi vittorie militari -Valmy e Jemappes- avessero parzialmente placato gli animi e rassicurato il popolo, la situazione sociale continuava ad essere assai tesa a causa delle misure economiche dei girondini, che avevano approfittato del momento per abolire la regolamentazione del commercio dei cereali, oltre che ripristinare il lavoro a cottimo nelle manifatture nazionali e ritardare la spartizione delle terre fra i piccoli proprietari. Come stabilito, la Convenzione dovette occuparsi dapprima del destino del re. Su questo tema era chiarissima l’opinione di Robespierre e della “Montagna”, la sinistra della Convenzione: “Qui non c’è da fare un processo. Luigi non è un imputato; voi non siete dei giudici; Voi siete e non potete essere altro che uomini di Stato e rappresentanti della nazione. Non dovete emettere una sentenza a favore o contro un uomo, dovete prendere una misura di salute pubblica, dovete compiere un atto di provvidenza nazionale. In una repubblica un re detronizzato non può servire che a due scopi, o a turbare la tranquillità dello Stato e a mettere in pericolo la libertà; o a rafforzare l’una e l’altra. Ebbene io sostengo che il carattere che hanno avuto finora le vostre deliberazioni va direttamente contro questo secondo scopo. In effetti, qual è la decisione che una sana politica prescrive per consolidare la repubblica nascente? Quella di imprimere profondamente nei cuori il disprezzo per la monarchia e di impressionare tutti i partigiani dei re. Pertanto, presentare a tutto il mondo il suo delitto come un problema, fare della sua causa l’oggetto della discussione più impegnativa, più sacra, più difficile alla quale possano accingersi i rappresentanti dei popolo francese, mettere una distanza incommensurabile tra il ricordo di ciò che egli fu e la semplice dignità di un cittadino, significa precisamente aver trovato il segreto per renderlo ancora pericoloso per la libertà. Luigi fu re, e la repubblica è stata fondata; la famosa questione che vi impegna è decisa da queste sole parole. Luigi è stato detronizzato per i suoi delitti; Luigi ha denunciato il popolo francese come ribelle e ha chiamato in suo aiuto per castigarlo, le armi dei confratelli tiranni. La vittoria del popolo ha deciso che soltanto lui era ribelle. Luigi non può dunque essere giudicato: è già giudicato. O egli è già condannato, oppure la repubblica non è assoluta. Proporre di fare il processo a Luigi XVI in questa o quella maniera, vuol dire retrocedere verso il dispotismo monarchico e costituzionale; è un’idea controrivoluzionaria, poiché mette in discussione la rivoluzione stessa. In effetti se Luigi può essere ancora oggetto di un processo, Luigi può essere assolto; può essere innocente. Cosa dico? E’ supposto innocente fino a che non sia stato giudicato. Ma se Luigi viene assolto, se Luigi può essere supposto innocente, che ne è della rivoluzione? Se Luigi è innocente, tutti i difensori della libertà diventano dei calunniatori. Tutti i ribelli erano dunque amici della verità e difensori dell’innocenza oppressa; tutti i manifesti delle corti straniere sono legittime proteste contro una fazione dominante. La stessa detenzione che Luigi ha subito finora è un’ingiusta vessazione. I federati, il popolo di Parigi, tutti i patrioti della nazione francese sono i veri colpevoli. Il grande processo che è in corso al tribunale della natura fra il delitto e la virtù, fra la libertà e la tirannia, vien deciso una buona volta a favore dei delitto e della tirannia. Cittadini, state in guardia; su questo punto voi venite ingannati da false nozioni; confondete le regole del diritto civile e positivo coi principi del diritto delle genti; confondete le relazioni dei cittadini fra di loro coi rapporti della nazione verso un nemico che cospira contro di lei, confondete ancora la situazione di un popolo in fase rivoluzionaria con quella di un popolo il cui governo sia saldamente affermato; confondete una nazione che punisce un funzionario pubblico mantenendo la stessa forma di governo con quella che distrugge il governo; […] lo vi propongo di decidere seduta stante la sorte di Luigi. Per lui, io chiedo che la Convenzione lo dichiari da questo momento traditore della nazione francese e criminale verso l’umanità; chiedo che essa dia al mondo un grande esempio nello stesso luogo dove sono morti il 10 agosto i generosi martiri della libertà. lo chiedo che questo memorabile avvenimento sia consacrato da un monumento destinato a nutrire nel cuore dei popoli il sentimento dei loro diritti e l’orrore dei tiranni, e nell’anima dei tiranni il terrore salutare della giustizia del popolo.” (M. Robespierre, “Sul processo al re”, 3 dicembre 1972).

Il processo a Luigi XVI era in realtà un processo alla Rivoluzione stessa. Il re non era un “criminale”, ma un nemico del popolo, e come tale andava trattato: l’unica soluzione coerente e possibile era l’esecuzione del monarca. I girondini e gli altri moderati si trincerarono invece dietro l’indulgenza, cercando di risparmiare Luigi XVI per evitare la rottura con l’aristocrazia liberale. Ma la loro linea era debole e contraddittoria: o si liquidava il re, o si liquidava la rivoluzione, tertium non datur. Si tentò allora di chiedere che venisse approvata dal popolo qualsiasi risoluzione della Convenzione, nella speranza di ritardare l’inevitabile e di prendere tempo, ma ormai era tardi. Lo scrutinio dei voti iniziò il 14 gennaio 1793: nessun deputato si pronunciò contro la colpevolezza del re, l’appello al popolo fu rifiutato a 424 voti contro 287. La votazione sulla pena si ebbe il 16 gennaio: 387 deputati votarono a favore della pena di morte sui 721 presenti. Si tentò allora un ultimo disperato tentativo, chiedere il rinvio dell’esecuzione della sentenza, che non passò per 70 voti di distacco.

Il mattino del 21 gennaio Luigi XVI fu giustiziato a mezzo di ghigliottina in piazza della Rivoluzione.

Il governo rivoluzionario

“Se la forza del governo popolare in tempo di pace è la virtù, la forza del governo popolare in tempo di rivoluzione è ad un tempo la virtù e il terrore. La virtù senza la quale il terrore è cosa funesta; il terrore senza il quale la virtù è impotente”

Maximilien Robespierre, “Sui principi di morale politica”

Il primo risultato tangibile dell’esecuzione del re fu lo scatenarsi della guerra totale. Contro i regicidi tutti i regni dichiararono una “guerra di sterminio”: il primo febbraio scoppiò la guerra contro l’Inghilterra e l’Olanda, con questo il conflitto si espanse ai mari e alle colonie, che saranno teatro di particolari sviluppi rivoluzionari. La guerra per quelli che diventeranno poi i “coalizzati” non imperversava unicamente alle frontiere con la Repubblica: essa imperava al loro interno. La Rivoluzione aveva sin dai primi momenti suscita entusiasmi internazionali, chese ora si erano assolutamente affievoliti in seno alle classi agiate, imperversavano sempre più nel popolo. Vittime di oppressione e delle frequenti crisi economiche, le masse vedevano nella Francia rivoluzionaria una speranza, e nei suoi principi la possibilità dell’emancipazione. Soprattutto in Inghilterra vi fu un forte fermento politico, con la creazione di clubs e di associazioni. Lo Stato rispose nel più duro dei modi: oltre alle iniziative indipendenti di gruppi autonomi incaricati di gestire la repressione, si giunse persino a sospendere l’habeas corpus, misura adottata dal ministro Pitt il 16 marzo 1794, oltre che rendere gli incontri politici illegali e procedere all’arresto e all’esecuzione dei principali esponenti del movimento democratico.

Mentre i governi reazionari organizzavano la guerra e la repressione, la Francia reagì col governo rivoluzionario, da intendersi come regime provvisorio incaricato di traghettare la Francia sino alla pace. La guerra rendeva necessaria una riforma dell’esercito, furono quindi fuse le divisioni di linea con quelle volontarie, fu riformata l’ufficialità, con l’introduzione di elementi democratici come l’elezione dei superiori e il 23 febbraio fu decisa la chiamata sotto le armi di 300.000 uomini. Ma la partenza di questi per il fronte, soprattutto da Parigi, era fonte d’agitazione per i patrioti: si sarebbero lasciate sguarnite le città, dove ancora esistevano grandissime sacche di resistenza monarchiche e girondine. Fu così deciso di procedere alla creazione di tribunali rivoluzionari, sia per prevenire massacri indiscriminati, sia per vigilare sulle attività controrivoluzionarie. Questo tribunale avrebbe visto i suoi giudici nominati dalla Convenzione, e non vi sarebbero state le possibilità d’appello e di cassazione.

Non solo fra i patrioti la leva aveva suscitato preoccupazioni: nelle campagne essa inficiava negativamente sull’economia già in crisi, e questo fu sfruttato da agenti controrivoluzionari per tentare di attaccare l’autorità repubblicana. Fu anche la scristianizzazione, politica che vide numerose incarnazioni, dalla soppressione degli ordini e l’allontanamento dei preti refrattari all’instaurazione del calendario rivoluzionario e quello che sarà poi noto come culto dell’Essere Supremo, fino alle sue estreme propaggini herbertiste fortemente atee ed anticlericali.

In risposta a questa serie di crisi sociali e politiche si ebbe in marzo la prima sollevazione della Vandea: “I contadini della Vandea non erano né monarchici né fautori dell’Antico Regime; ma lo scisma religioso e i rigori usati contro i preti refrattari dalle amministrazioni e dai giacobini delle città li avevano profondamente irritati. Si trattava di popolazioni che, sin dalla fine del secolo XVI, avendo il calvinismo messo forti radici nel Poitou, erano state ardentemente cristianizzate […]. Nell’agosto del ‘91 esse non avevano sostenuto la rivolta nobiliare; nel ‘92 non si erano ribellate per salvare i preti refrattari dalla deportazione; ma già nell’agosto di quell’anno il reclutamento aveva provocato tra loro un primo movimento popolare” (G. Lefebvre, “La rivoluzione francese”). Le sommosse, organizzate in precedenza, permisero agli insorti di impossessarsi di diverse città e capoluoghi. Organizzati da ex-ufficiali aristocratici i ribelli vandeani diedero la caccia ai rappresentanti della Convenzione e ai patrioti, utilizzando contro l’esercito rivoluzionario tattiche di guerriglia. Essi non disdegnarono chiedere aiuto alle potenze reazionarie, ma questo riuscì a concretizzarsi in alcune sfortunate spedizioni solo negli anni successivi.

Lo stato di guerra civile costrinse la Repubblica ad inasprire la repressione: iniziarono arresti di massa dei sospetti di tradimento, e il 18 marzo si decretò la pena di morte da eseguirsi dopo la semplice identificazione per gli emigrati e i deportati scoperti su suolo nazionale, che vennero comunque dichiarati banditi in eterno e civilmente morti. Nello stesso periodo si abolì l’inviolabilità dei deputati, con la possibilità di deferire questi al tribunale rivoluzionario. Questo portò direttamente alla formazione il 6 aprile del Comitato di Salute pubblica, su richiesta di Danton, il quale lo controllò in un primo periodo seguendo una linea volta alla conciliazione e alla pacificazione. Fu infatti Marat fra i primi ad essere posti sotto accusa dal Comitato, ma fu poi assolto il 24 aprile da ogni accusa.

Ma il Comitato di Salute Pubblica, se poteva essere l’arma da utilizzare contro le trame reazionarie, non andava a colpire l’humus sopra cui queste potevano prosperare, ossia la crisi sociale. I giacobini, promotori dell’economia regolata, riuscirono ad imporre il 4 maggio il maximum sul prezzo dei cereali e dei foraggi, misura che, se non riuscì a risolvere pienamente la crisi dei mercati agricoli, garantì ai salariati urbani beni accessibili, prevenendo così la fame diffusa. Queste misure economiche andavano ad inserirsi in quello che era il pensiero sociale ed economico sviluppato da Robespierre e dalla fazione politica che a lui faceva riferimento, espresse soprattutto nel programma per una nuova Costituzione e per una revisione della Dichiarazione dei Diritti proposto il 24 aprile dello stesso anno e al quale abbiamo già accennato.

Per fronteggiare questo nuovo assalto controrivoluzionario si resero però necessarie altre misure, come la costituzione di un’armata rivoluzionaria finanziata con i capitali strappati alle “culottes dorées”. La situazione d’altronde si era aggravata, con la perdita in mano ai ribelli di importanti città quali Marsiglia e Lione. Ad animare questo movimento era soprattutto la borghesia monarchica coadiuvata dal clero refrattario e da alcuni repubblicani liberali, e si riconosceva nei girondini, se non altro per tentare di assicurarsi una sponda all’interno della Convenzione. Ma questa collocazione ambigua dei girondini, tanto vera quanto percepita, non poteva non svilupparsi in un conflitto. Diverse manifestazioni popolari anti-girondine si susseguirono a maggio, sia per l’arresto di alcuni patrioti sia dichiaratamente per farla finita con quello che si vedeva come l’ultima emanazione della congiura aristocratica. Il 2 giugno furono accerchiate le Tuileries, dove la Convenzione si era trasferita, e grazie anche all’intervento della guardia nazionale si decretò l’arresto di 29 deputati girondini. A Parigi si insediò un Comitato di Salute Pubblica cittadino, che prese il posto di quello insurrezionale, mentre il 3 giugno venne decretata la vendita in piccoli lotti dei beni degli emigrati, il 10 la divisione pro capite dei beni comunali, mentre il 17 furono aboliti senza indennità i rimanenti diritti feudali.

Davanti a questa nuova vittoria montagnarda, i liberali risposero col movimento “federalista”, ancora una volta sorto per difendere le sorti della grande proprietà, e che raccoglieva al suo interno cattolici intransigenti, moderati, monarchici ed ogni altro genere di controrivoluzionari. Essi contestavano la direzione parigina in nome di un particolarismo che mal nascondeva l’interesse particolare legato alle clientele locali, ma risentì dello stato di guerra civile: era ad esso preclusa l’alleanza con i vandeani, supportati dalla Coalizione, e così non si riuscì a serrare le fila reazionarie contro la nascente democrazia. Il 13 luglio era stato intanto assassinato Marat, mentre i sanculotti chiedevano che la guerra proseguisse ad oltranza per ottenere “libertà o morte”, trovando nella caccia ai “ricchi parassiti” e agli accaparratori motivo di incrementare l’attività di sorveglianza rivoluzionaria.

Se il movimento federalista attaccava i giacobini da destra, non per questo da sinistra gli attacchi venivano risparmiati. Herbert e la fazione degli arrabbiati accusavano Robespierre di essere un “addormentatore”, di non perseguire realmente gli interessi delle masse, mentre questo rispondeva accusando gli “estremisti” di essere in realtà infiltrati da agenti della reazione, desiderosi di minare la Rivoluzione in un momento estremamente delicato. Un momento in cui peraltro la compagine giacobina stava rafforzando le politiche sociali e espandendo il proprio controllo sul governo: il 27 luglio Robespierre fu ammesso al Comitato di Salute Pubblica, mentre il 17 settembre fu varata la “legge dei sospetti”, che fortificò il Terrore e la vigilanza rivoluzionaria contro le attività reazionarie. Lo stessi mese fu approvato il “maximum generale” degli alimenti e dei salari, misura che servì a mitigare gli effettidell’inflazione e garantire, nuovamente, la disponibilità alimentare alle masse, mentre già dal 26 luglio si era decretata la pena di morte per gli accaparratori, e il mese precedente assieme alla Borsa furono chiuse tutte le Società per Azioni. Non solo: grazie alle fabbriche nazionali e alla leva in massa anche la disoccupazione diminuì significativamente, dando tregua soprattutto alla città di Parigi. Le disposizioni sociali andavano però a scontrarsi con la rigidità delle autorità locali, spesso moderate e borghesi, che mal sopportavano i principi dell’economia regolata e che temevano, molto più dell’aristocrazia, la sovversione sociale. Dallo scontro di queste con i terroristi del territorio nacquero situazioni ambigue che non fecero che esacerbare gli animi e forzare la mano alla Convenzione, che il 5 settembre, dopo la consegna agli inglesi della flotta di Tolone, fu forzato dalla folla sanculotta a mettere il Terrore “all’ordine del giorno”. Il governo della Francia, oramai nella figura del Comitato di Salute Pubblica, che a dicembre fu investito di pieni poteri, sarebbe stato “rivoluzionario sino alla pace”, come annunciato da Saint-Just. Ciò significava posporre l’entrata in vigore della Costituzione alla pace, ossia spogliava qualsiasi nemico politico dei diritti dei cittadini, permettendo la pratica terrorista. In ottobre ci furono le esecuzioni di Maria Antonietta e di 21 deputati girondini, fra i quali spiccavano Brissot e Verginaud, e questi furono solo tra i primi. Andava levandosi il maglio della giustizia rivoluzionaria su chi nella Rivoluzione aveva visto unicamente la possibilità d’arricchimento personale, chi voleva sostituire la tirannia dell’aristocrazia a quella della borghesia speculatrice ed affarista.

In questo campo si inserivano tanto i “moderati” quanto gli “estremisti”, uniti dalla comune volontà di abbattere il Comitato di Salute Pubblica, gli uni agendo direttamente a favore delle forze controrivoluzionarie gli altri nascondendo la loro vera partigianeria dietro il massimalismo e ad una pretesa intransigenza. Sarà a marzo del 1794 che Robespierre sferrerà contro entrambe queste fazioni l’attacco definitivo: sia gli hebertisti, sia Danton, sia gli indulgenti furono messi in stato d’accusa per aver tradito la Rivoluzione, di aver attivamente complottato con il nemico e per malversazione. Furono tutti giustiziati entro i primi d’aprile.

Questa nuova ondata repressiva colpiva l’alleanza fra Giacobini e Cordiglieri, che vedevano Hebert come un loro simbolo, e incolpavano il Comitato della morte dei loro compagni giustiziati. La rottura non fu però totale: mentre indubbiamente molti sanculotti iniziarono a vedere il governo rivoluzionario come nemico e a mal sopportare il Terrore, altrettanti, pur stupiti dalla notizia del tradimento di quello che era stato un “campione” della loro causa, non vacillarono nel loro sostegno politico. Se parlando di Danton è palese come soprattutto nei mesi precedenti al suo processo non avesse fatto mistero dei suoi tentativi di pacificazione sia con le potenze straniere che con i reazionari interni, il tutto accompagnato da uno stile di vita sempre più “aristocraticheggiante”, il discorso sembra diverso per quando si parla di Jacques-René Hébert: all’apparenza dalle posizioni democratiche, aveva iniziato la sua carriera politica in seno al moderatismo liberale, radicalizzandosi solo dopo il ‘92. Dalla retorica volgare, cercava con l’appartenenza estetica di guadagnarsi la fiducia delle classi subalterne. Nonostante ciò, in privato tenne sempre una vita lussuosa, mentre i suoi programmi di assistenza sociale, educazione pubblica e redistribuzione delle terre venivano messi in pratica, anche se con estrema difficoltà, dal governo rivoluzionario giacobino.

E’ nella frattura che si creò all’indomani della liquidazione degli indulgenti e degli arrabbiati che va rintracciata una delle cause principali che portarono alla caduta di Robespierre e all’assassinio di lui e dei suoi compagni. Infatti, nei mesi che si susseguirono il Terrore incremento di volume e portata, si può addirittura parlare di “Grande Terrore” tale fu l’impatto delle capacità repressive. Va però specificato che, soprattutto nelle grandi città, le esecuzioni furono di entità ben minore rispetto a quanto si potrebbe pensare, e mai sistematiche, ma piuttosto da contestualizzarsi in periodi di crisi ben definiti. E’ interessante a tal proposito vedere come il 71% delle condanne a morte fu decretato nelle zone di guerra civile, e solo il15% a Parigi, e queste in stragrande maggioranza andavano a colpire il reato di ribellione aperta. Si contarono inoltre ben 51 dipartimenti dove le condanne a morte furono meno di 25. In totale si possono contare 17.000 morti registrati del Terrore, senza contare le esecuzioni sommarie e i linciaggi (D. Greer, “The incidence of Terror in the French Revolution”), ma non bisogna dimenticare accostandosi a queste cifre che non si sta analizzando l’operato di un governo in tempo di pace, ma quello di un governo impegnato tanto in una guerra dalla portata continentale quanto in una guerra civile, governo che peraltro iniziò ad assumere un carattere stabile ed organizzato unicamente durante la dittatura giacobina. Il Terrore fu l’unico modo per costringere le forze sociali della Francia ad impegnarsi a fondo per la Rivoluzione e la Vittoria nella guerra. Colpendo soprattutto gli agenti politici reazionari e i proprietari, il Comitato di Salute pubblica poneva un freno alla speculazione, all’accaparamento, al disfattismo e alla sedizione, a vantaggio delle classi popolari e dell’esercito della Repubblica. Giunta a un determinato grado di sviluppo, non vi era altra via per la Rivoluzione che organizzare il Terrore o cedere il passo alle tendenze restauratrici. Questo concetto era ben presente nella mente dei terroristi: “Non si può sperare prosperità finché l’ultimo nemico della libertà respirerà. Voi dovete punire non soltanto i traditori, ma anche gli indifferenti; dovete punire chiunque è passivo nella Repubblica, e non fa nulla per essa; perché, dopo che il popolo francese ha manifestato la sua volontà, tutto ciò che le si oppone è al di fuori della sovranità, e tutto ciò che è fuori dalla sovranità è nemico” (Louis Antoine de Saint-Just, “Sulla necessità di dichiarare il governo rivoluzionario fino alla pace), o ancora “Non si tratta più di dare alcuni esempi, ma di sterminare gli implacabili satelliti della tirannide”, come dichiarò George Couthon. Danton parlò della Rivoluzione paragonandola a Saturno che divora i suoi figli. Ma la Rivoluzione, se intesa correttamente come quella che puntava alla creazione di una reale democrazia sociale, si limitò a liquidare i suoi nemici, i nemici del popolo.

Il “Grande Terrore”, inaugurato con la legge del 22 Pratile anno II, fece giungere la repressione politica contro i reazionari al suo più alto livello: essi furono privati di qualsiasi diritto di difesa e d’appello, e i cittadini erano incoraggiati a deferire ai tribunali rivoluzionari tutti i cospiratori colti in flagranza. Ma l’azione dei giacobini non mirò unicamente ad inasprire la guerra ai nemici del popolo, si tentò il più possibile di razzionalizzarla e di evitare gli eccessi, centralizzando il Terrore attorno al Tribunale Rivoluzionario di Parigi, sopprimendo il più possibile gli organi provinciali, dove spesso l’amministrazione della giustizia si mescolava al perseguimento di interessi personali.

L’inasprimento del Terrore mise in estrema agitazione la destra, che ormai temeva per la sua vita, non solo per le sue proprietà. Sfruttando la rottura fra elementi dei cordiglieri e il Comitato, e il supporto delle personalità liberali interne a quest’ultimo, si iniziò a pensare a come farla finita con Robespierre e i suoi. Nella primavera del ‘94, Robespierre, a causa della cattiva salute, aveva presenziato poche volte alle sedute della Convenzione. Questa sua assenza permise ai futuri congiurati di organizzarsi, e di raccogliere consensi nella “Palude”, l’area centrista disorganizzata e fino a quel momento troppo terrorizzata per mettere in piedi una seria opposizione ai giacobini. Inoltre, i contrasti fra il Comitato di Sicurezza Generale e quello di Salute Pubblica continuarono ad inasprirsi, nonostante i tentativi di conciliazione e di mediazione messi in campo fra il 22 e il 23 luglio. Il 26 luglio, 8 termidoro, Robespierre, nonostante il parere contrario di Couthon e Saint-Just, volle denunciare davanti alla Convenzione questi ultimi nemici, ma il dibattimento gli sfuggì di mano. Il decreto che era riuscito a strappare alla Convenzione venne annullato, e il giorno dopo, alla riapertura della seduta, si proibì fisicamente qualsiasi nuovo intervento ai giacobini, che furono posti in stato d’accusa, mentre venivano liquidati Hanriot, il comandante della Guardia Nazionale, e Dumas, presidente del Tribunale Rivoluzionario. In atto vi era un vero e proprio colpo di Stato organizzato dalla Convenzione, organo espressione della borghesia, desiderosa di rientrare in possesso della gestione della cosa pubblica per porre fine alla sovversione rappresentatadall’esperienza montagnarda. Saputo dell’arresto di Maximilien Robespierre e di suo fratello Augustine, di Saint-Just, di Couthon e Lebas, il Comune si dichiarò in stato d’insurrezione, ma gli arresti mirati dai congiurati avevano già falcidiato l’ufficialità giacobina, e solo alcune legioni della Guardia Nazionale risposero all’appello, mentre i 30.000 sanculotti radunatisi nella Piazza di Grève, seppur armati anche di cannoni, non ebbero nessuno ad impartir loro ordini, e persero qualsiasi possibilità d’azione. Intanto, nel primo pomeriggio, i deputati arrestati erano stati liberati, e giunti all’Hotel-de-Ville tentarono, senza riuscirci, di porsi a capo dell’insurrezione. Le sezioni erano confuse, e l’agitazione rese impossibile impartire ordini chiari. Una maggiore determinazione avrebbe forse potuto salvare la giornata, ma non si ebbe tempo di organizzare la difesa: un’ora e mezzo dopo le truppe della convenzione, comandate da Barras, invasero la struttura. Robespierre fu ferito al volto da un colpo di pistola, Lebas si suicidò, Augustine si ruppe un femore nella colluttazione, mentre nelle strade si procedette al sistematico arresto degli insorti.

Il processo fu breve, si procedette unicamente al riconoscimento dell’identità degli imputati. A Robespierre, impossibilitato a parlare a causa della ferita, fu impedito di scrivere a sua difesa. La sera del 10 termidoro “i ventidue condannati furono costretti a salire in quattro carrette. I due Robespierre, Couthon, Hanriot, Payan e Fleuriot-Lescot erano nell’ultima. I carcerieri avrebbero voluto caricare i feriti su materassi. <<Macché materassi! Il legno della carretta è sufficiente per questi furfanti>> replicò uno dei conducenti, e per sostenere i quattro feriti, gli aiutanti del boia li fecero appoggiare ai bordi della carretta. Quelli che videro passare il triste corteggio notarono che il viso di Robespierre era tumefatto e che lasciava ricadere la testa sul petto. <<I suoi compagni, più o meno sfigurati, sembravano bestie feroci prese in trappola, delle quali non fosse stato possibile impadronirsi senza mutilarle. Robespierre il giovane era continuamente scosso da un tremito nervoso, dovuto al male cagionatogli dalla frattura al femore. Il viso di Hanriot era tutto una piaga. Egli era ricoperto soltanto da una camia e da un paio di calzoni lordi di sangue e di mota […]. Erano pressappoco le sette e mezzo quando giunsero ai piedi del patibolo. Couthon fu giustiziato per primo. Poi Robespierre il giovane e Hanriot, indi i dodici municipalisti, Vivier e Lavallette. Robespierre doveva essere giustiziato per ultimo, dopo Payan, Dumas e Fleuriot. Ma, siccome durante il percorso era più volte venuto meno, e, vedendo il cadavere del fratello, aveva perduto i sensi, gli si diede il turno di Fleuriot-Lescot. <<Il boia, dopo averlo posto sull’asse e prima di altalenararlo, gli strappò bruscamente la fasciatura posta sulla ferita. Massimiliano emise un ruggito, simile a quello del leone morente, che fu udito ai quattro canti della piazza. Fleuriot-Lescot fu giustiziato per ultimo” (A. Savine, F. Bournand, “Robespierre-il padre di tutti i rivoluzionari”). Ventitre patrioti vennero assassinati quella sera, altri 71 il giorno seguente, e infine altri dodici il 12 termidoro. Si trattò della più grande esecuzione di massa di tutta la Rivoluzione.

I “termidoriani” non rinunciarono agli strumenti repressivi messi in campo durante il Terrore, anzi li ritorsero contro i democratici. La violenza politica subì un’impennata, ora portata avanti anche dalla “jeunesse dorée”, gruppi di giovani controrivoluzionari monarchici le cui azioni erano tollerate, se non appoggiate, dai termidoristi. Essi inoltre celermente fecero piazza pulita delle misure socio-economiche giacobine: abolirono la scuola pubblica gratuita, le tutele a favore dei salariati, le fabbriche nazionali, le distribuzioni delle proprietà degli emigrati ai patrioti e la vendita a piccoli lotti dei beni nazionali. La borghesia tornava così saldamente al timone della “Repubblica”, che ora si vedeva nuovamente costretta ad un modello classista e liberale, con i clubs politici soppressi e i deputati da rinnovarsi per gran parte fra quelli già eletti.

La questione coloniale e razziale

Oltre al discrimine censitario, i principi esposti nell’89 risentivano di un altro grande limite: quello razziale. Mentre si annunciavano la libertà e l’uguaglianza, sotto la legge francese migliaia di schiavi neri lavoravano nelle piantagioni caraibiche. Da molti essi non erano ritenuti “capaci” di saper gestire le conseguenze della libertà, mentre alcuni liberali già avanzavano richieste per un trattamento più umano, per una sospensione dei traffici di uomini, ed è documentata la formazione di una “società degli amici dei neri” che ebbe fra i suoi membri anche La Fayette e Brissot. La realtà però impediva un qualsiasi reale cambiamento della situazione senza intaccare pesantemente il diritto di proprietà: gli schiavi infatti erano posseduti dai piantatori, che su questa manodopera forzata costruivano la loro prosperità, e garantivano un ingente afflusso di prodotti in Francia. Fra questi era diffusa generalmente un’insofferenza piuttosto marcata per le direttive della madrepatria. Spinte autonomistiche si agitavano già quindi precedentemente alla Rivoluzione, ma queste sarebbero state destinate a crescere. L’otto marzo 1790 un decreto stabilì l’eguaglianza di tutti i “liberi” a prescindere dal loro colore della pelle. Si andavano così a rendere cittadini alcune decine di migliaia di neri e mulatti “liberi, proprietari e contribuenti”. Ovviamente ciò non infierì sulla sorte degli schiavi, che si possono approssimare a mezzo milione soltanto a Santo Domingo, la più prospera delle colonie. Ma questo bastò perché si innescasse la crisi fra le colonie, che sostenevano la loro autonomia legislativa, e Parigi. Esse affermavano apertamente la disparità razziale, e vedevano in questo primo passo, pur limitato, un attacco a ciò che loro vedevano come l’essenza del loro diritto di proprietà: il diritto di conquista sulle razze inferiori sconfitte. Si arrivò persino a minacciare la secessione, e a richiedere l’ingresso negli Stati Uniti d’America: “Contro i progetti o le velleità abolizioniste di Parigi, i coloni evocano lo spettro della rivoluzione americana: anch’essi sono pronti alla secessione se non riescono a ottenere l’autogoverno, in modo da poter disporre liberamente dei propri schiavi, senza che un potere <<dispotico>> interferisca dall’esterno e dall’alto sulla loro legittima proprietà. Ancora dopo la rivoluzione di luglio i coloni francesi dichiarano di essere pronti a consegnarsi all’Unione americana se la metropoli non lascia loro gli schiavi.” (D. Losurdo, “Controstoria del Liberalismo”). Sotto le pressione della potente lobby schiavista il governo arretra. Nel marzo del 1790 per i coloni ci fu una temporanea vittoria, che permise loro di tirare un sospiro di sollievo: l’Assemblea decretava che non avrebbe messo becco negli affari commerciali delle colonie, anzi condannava aspramente in anticipo chiunque si fosse sollevato contro di loro, con ovvio riferimento alle masse schiavili. L’anno dopo si replicò con un nuovo decreto, che sanciva l’indipendenza legislativa delle colonie. Ma è difficile non paragonare il potere assoluto del possessore di schiavi con quello del monarca, e l’aristocrazia razziale condivide molte delle caratteristiche con quella nobiliare conosciuta in Francia. Per questo da più parti, tando dai democratici quando dai moderati, vengono portate avanti critiche serrate alla schiavitù, ma queste opinioni non possono che cozzare con l’interesse di classe dei possidenti. In tanto a Santo Domingo la situazione precipita: il 21 agosto 1791 un’insurrezione generale di schiavi si diffonde nelle zone settentrionali dell’isola. Migliaia e migliaia di schiavi prendono le armi, si organizzano, giustiziano i proprietari. A quel punto la convenzione decreta l’invio di truppe in supporto alla guarnigione locale, con lo scopo tanto di impedire spinte separatiste quanto di sopprimere la rivolta, mentre i ribelli cercavano il supporto delle potenze coalizzate contro i coloni francesi. Per prevenire la perdita delle colonie alle forze nemiche, l’ormai Convenzione Nazionale dovette trattare con i ribelli. Fautori di questa linea erano anche i giacobini, infatti Robespierre fin dall’89 poneva la questione della soppressione della schiavitù e della discriminazione razziale come punto centrale della questione nazionale. Il 27 luglio 1793 fu abolita la tratta degli schiavi, mentre l’anno successivo, prima volta in tutto l’Occidente, fu abolita la schiavitù. Il 3 febbraio 1794, infatti, fu approvato il decreto che poneva fine a questa pratica barbarica, che in quel momento restava ancora centrale nelle prospettive economiche di paesi liberali quali l’Inghilterra e gli Stati Uniti d’America. Dalla rivolta d’Haiti ne sarebbe uscito un capo, Toussaint Louverture, che puntava alla creazione diuna nuova realtà sociale ed economica, fondendo le varie etnie e avviando l’isola ad uno sviluppo democratico ed egualitario. Un progetto non semplice che lo stesso Louverture sosteneva richiedesse diverse fasi d’attuazione, ma che non riuscì a prendere pieno corso a causa degli eventi innescati dalla reazione termidoriana, che culminarono nel golpe napoleonico che ripristinò la schiavitù, invadendo in armi l’isola.

La congiura degli Eguali

“Lo scopo della Rivoluzione è distruggere l’ineguaglianza e di restaurare il benessere comune…La Rivoluzione non è finita, perché i ricchi assorbono tutti i beni e condannano ad esclusione gli altri, mentre i poveri lavorano da veri schiavi, languiscono nella miseria e non sono nulla nello Stato”

(G. Babeuf, “Analyse de la doctrine”)

Pur colpito da incredibili repressioni, il movimento democratico non si arrestò con il termidoro. Esso per un periodo dovette tenere la testa bassa, riorganizzarsi e ricostituirsi, ma prima della fine ebbe un’ultima occasione di scendere in campo, di cambiare le sorti del popolo francese. Questa occasione fu la Congiura degli Eguali, che nel 1796 cercò di abbattere il Direttorio, il nuovo governo uscito dalla riforma costituzionale termidoriana, per avviare la Francia verso quello che Babeuf stesso definiva “comunismo”, stato di cose da ottenersi a partire dalla Costituzione dell’Anno II, la costituzione giacobina.

Di Origini umili, Babeuf passò i primi anni della Rivoluzione come membro della Guardia Nazionale intento alle principali battaglie democratiche, oltre che commissario. Il Termidoro lo trova incarcerato per frode, in quanto aveva falsificato un atto d’aggiudicazione di un bene nazionale: “La sua onestà è fuori discussione: lo testimoniano unanimemente tutti coloro che hanno preso parte alla vicenda. Ma l’odio per i ricchi, il desiderio di rendersi utile a dei sanculotti o presunti tali, potrebbero averlo spinto presumibilmente a una simile azione, indegna di un qualsiasi amministratore che si rispetti” (M. Dommanget, “Babeuf”). Ciò probabilmente gli salvò la vita. Tornò in libertà infatti appena prima del Termidoro, senza il tempo materiale di coinvolgersi nuovamente dopo la detenzione. Sarà sotto il regime dei termidoriani, e poi del direttorio, che porterà avanti la sua lotta politica, che tramite la mobilitazione delle classi subalterne mirava ad abbattere il regime di speculatori e affaristi insediatosi dopo l’uccisione di Robespierre. L’Incorruttibile resterà sempre il suo modello contemporaneo, unito agli echi classicheggianti dei fratelli Gracchi: “In primo luogo, non facciamo che rendere omaggio ad una grande verità, senza la quale saremmo troppo al di sotto di un’equa modestia. E tale verità è che noi non siamo altro che i secondi Gracchi della Rivoluzione francese. Non è forse utile mostrare che noi non innoviamo nulla, che ci limitiamo a prendere il posto dei primi generosi difensori del popolo, i quali, prima di noi, avevano stabilito la stessa meta di giustizia e di felicità che il popolo deve raggiungere? […] In secondo luogo, ridestare Robespierre significa ridestare tutti i patrioti valorosi della Repubblica e con loro il popolo, che un tempo non ascoltava o non seguiva altro che loro…Il robespierrismo è in tutta la Repubblica, nella classe giudiziosa e chiaroveggente, ed ovviamente è nel popolo. La ragione è semplice: il robespierrismo è la democrazia e queste due parole sono perfettamente identiche. Pertanto, risollevando il robespierrismo, siete certi di risollevare la democrazia” (G. Babeuf, lettera a Bodson).

Il progetto politico di Babeuf era assolutamente significativo: pur restando dentro la cornice agraria, si apriva in maniera originale alla classe proletaria e in generale ai lavoratori cittadini. Non a caso nei cantieri e nelle fabbriche, oltre che nelle caserme, gli agenti degli Eguali condussero una sistematica campagna propagandistica. Ma non ci si limitava a questo: “Il Comitato insurrezionale, tuttavia, era pienamente consapevole che, al di là degli operai, il movimento doveva trovare un sostegno fra <<i piccoli proprietari, i commercianti più poveri, i braccianti, i contadini, gli artigiani, tutta la povera gente che le nostre ignobili istituzioni condannano ad una vita di fatica, di stenti, di pene>>. Per tale ragione faceva appello a tutte queste categorie proletarie o semi-proletarie perché scendessero in lotta contro la società” (M. Dommanget, “Babeuf”). Un’insurrezione da portare avanti attraverso un’organizzazione disciplinata e preparata, facente appoggio sulle masse proletarie e su i lavoratori “non proletari”, che mirava ad abbattere lo stato liberal-borghese per instaurare un governo che traghettasse, tramite diversi periodi di transizione, al “comunismo”: viene difficile non riscontrare le similitudini fra la politica babuvista e la prassi leninista, anche per questo serve per cogliere l’assoluta rilevanza di questa cospirazione, in anticipo sui tempi di più di un secolo.

Babeuf faceva della chiarezza del suo messaggio sociale la forza della sua opera: chiara la rivendicazione dell’operato giacobino, chiara la condanna del Direttorio, chiara il collegamento tra Repubblica ed uguaglianza sostanziale. Dall’11 aprile 1796, ogni giorno Parigi si trovò sempre più sommersa da manifesti che spiegavano la sua dottrina rivoluzionaria, frutto della capillare azione militanti delle cellule dell’organizzazione. Questi manifesti si aprivano con una radicale dichiarazione sull’uguaglianza: “La Natura ha dato ad ogni uomo il diritto di godere di una eguale parte di ogni proprietà”. L’agitazione presso gli indigenti e i soldati proseguiva, ed otteneva sempre più vasti successi. Il Direttorio fu spinto a disarmare interi reparti in via precauzionale. Ma proprio quando la vittoria sembrava essere a portata di mano, uno dei leader della congiura, George Grisel, denunciò alla polizia, dietro compenso, tutti i piani, i nomi, i collegamenti. La repressione si abbatte su tutto il movimento democratico, si tentò allora il tutto per tutto, cercando di scatenare una rivolta rivolgendosi ai lavoratori e ai soldati, fissata per l’11 maggio 1796, ma il giorno prima Babeuf fu arrestato assieme a tutta la dirigenza degli Eguali, fra i quali spiccavano Buonarroti, Darthé, Drouet. In totale furono emessi più di duecento decreti d’arresto. DIversi furono i tentativi di liberare i prigionieri, tra i quali uno, organizzato da diverse centinaia di giacobini, che lasciò sul campo più di venti morti. Il 26 maggio del 1797, Babeuf e Darthé furono condannati a morte e ghigliottinati, mentre Buonarroti veniva costretto all’esilio. Anche grazie a lui si avrà la formazione del movimento democratico italiano, che porterà avanti la lotta per l’uguaglianza e la libertà del popolo.

“Pensiamo di aver voluto fare la Rivoluzione solo per riparare ai mali che affliggono il mondo; per ridare ad ogni uomo il posto che gli spetta; per porre termine al disordine, alla miseria generale partorita da istituzione esecrabili; per eliminare l’indigenza spaventosa della gran massa della gente e ridurre il superfluo opprimenti di pochi; per raggiungere il fine ultimo della società, vale a dire la felicità comune. Si, lo scopo di questa Rivoluzione è il benessere per tutti, l’istruzione, l’eguaglianza, la libertà, e la felicità per tutti. Ecco il nostro scopo”: la Rivoluzione perdeva con Babeuf e gli Eguali i suoi ultimi difensori, gli ultimi che videro nella crisi scatenata dal fallimento dell’ordine aristocratico qualcosa di più che una semplice opportunità per un cambio di regime, una rivoluzione integrale che portasse felicità e benessere per tutti.

“Non concepivo altra maniera di rendervi felici che per mezzo della felicità comune. Ho fallito; mi sono sacrificato; muoio anche per voi.” scrisse prima di venire assassinato alla sua famiglia. Sarà solo dopo il regime napoleonico e la Restaurazione che in Francia, continuando l’opera che fu sua, di Robespierre, e dei loro compagni, nuove generazioni prenderanno in mano il testimone della lotta per l’emancipazione delle masse, lottando senza sosta per tutto il XIX secolo, dai moti degli anni ‘30 sino alla Comune di Parigi.