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Viva Carlo Pisacane

DI LEONARDO SINIGAGLIA

Il 25 giugno del 1857 Carlo Pisacane si imbarcava per quella che sarebbe stata la sua ultima impresa, veleggiando verso l’isola-carcere di Ponza, e da lì verso Sapri. L’obbiettivo era chiaro: la Rivoluzione. Venticinque uomini, Pisacane compreso, in incognito su un piroscafo, in attesa di armi e rinforzi che non sarebbero mai arrivati, queste erano le forze che il rivoluzionario partenopeo aveva a sua disposizione, ma ormai non poteva tirarsi indietro, e ben sapeva che la sua scommessa era dettata da necessità. Erano passati nove anni dal 1848, il “partito democratico”, fra litigi e defezioni, era in crisi in tutta Europa. Il
fallimento dei moti insurrezionali, la caduta delle Repubbliche rivoluzionarie e la spietata repressione dei regimi reazionari non lasciavano spazio a dubbi: il ’48 aveva fallito, aveva dato vita a nobilissime e proficue esperienze, ma nessuna di esse era riuscita a consolidarsi. Ancor di più in Italia questa crisi era palpabile, con una sostanziosa parte dei rivoluzionari oramai in rotta verso il partito monarchico-sabaudo. Nulla o quasi era ormai la fiducia riposta nel “popolo”, mentre invece sembrava sempre più possibile l’alleanza tattica con le forze del Regno di Sardegna, che anche se non perfettamente conforme alle aspirazioni di molti che per questa opzione penderanno, almeno rappresentava un’alternativa più o meno liberale e retoricamente intenzionata a partecipare alla causa italiana rispetto agli altri stati
italiani, saldamente legati alla monarchia asburgica, e di conseguenza totalmente ostili a tali propositi.
Disertato da molti dei suoi campioni, il campo democratico era immerso nella confusione. Mazzini era ormai pubblicamente osteggiato da molti, che gli rimproveravano il suo misticismo, lo tacciavano di codardia o addirittura di essere stato la causa della caduta della Repubblica Romana. Garibaldi aveva scelto di fidarsi di Vittorio Emanuele II, iniziando a gravitare nell’ambiente che avrebbe portato alla
fondazione nel 1857 della “Società Nazionale”, promossa da un altro storico democratico, Daniele Manin, protagonista della resistenza veneziana contro le armate austriache.

Pisacane non perse mai fede nella necessità della sollevazione popolare, né venne abbagliato da mal riposta fiducia nella monarchia sabauda. Al contrario, attraverso una radicale analisi critica dei fatti del ’48, contenuto nel saggio politico-militare “Della guerra combattuta in Italia negli anni ’48-’49”, andava ad
evidenziare quella che era stata una gravissima mancanza dei moti rivoluzionari: il non aver avuto come forza propulsiva le masse contadine. L’analisi di Pisacane si può dire corretta: in un paese ancora
quasi del tutto fuori dalla Rivoluzione Industriale come l’Italia, le masse contadine erano forse l’unica classe capace di portare avanti istanze rivoluzionarie con la forza necessaria ad abbattere il sistema. Non il
nascente proletariato urbano, ancora troppo contenuto nei numeri, non la borghesia artigiana o intellettuale cittadina, oramai palesemente schierata su posizioni sempre più conservatrici, né tantomeno l’alta
borghesia e l’aristocrazia, nocciolo duro della reazione. Pisacane elaborò quindi un progetto ambizioso: recarsi là dove più acute erano le contraddizioni, dove il latifondo regnava ancora incontrastato e dove la
repressione statale era la più acuta, e qui scatenare la forza delle masse. Così nacque il progetto della spedizione di Sapri.

Non si può dire che non fosse l’uomo adatto.
Gli studi militari compiuti alla Scuola Militare di San Giovanni e alla Nunziatella garantivano a lui la conoscenza delle strategie adottate dall’esercito borbonico, mentre le passate esperienze nella Legione
Straniera (’47-’48) e durante le guerre del ’48 gli conferivano esperienza nei conflitti fra volontari ed eserciti regolari post-napoleonici. Quali furono quindi i motivi della disfatta della Spedizione? Oltre alla partenza
privata del secondo contingente e alla scarsa disciplina dei detenuti (politici e non) liberati dal carcere di Ponza, l’elemento fondamentale fu l’assenza dell’appoggio delle masse contadine. Proprio quella classe nella quale lui aveva riposto estrema fiducia si fece trovare immobile all’arrivo dei rivoluzionari, se non addirittura ostile. D’altronde, le forze borboniche erano state informate del piano, e avevano diffuso la voce che una banda di detenuti evasi stava arrivando sul continente per commettere razzie e stermini. Spaventati da questa visione ed aizzati da preti e signorotti locali, i contadini del salernitano parteciparono
attivamente alla caccia all’esercito rivoluzionario. Dopo sfortunati scontri, Pisacane e le sue forze, ridotte circa ad un terzo, furono aggrediti e massacrati dagli abitanti di Sanza, chiamati dal parroco locale a suon di campane a difendere l’abitato dai “banditi” in arrivo.

Ordinato ai suoi di non sparare sul popolo tratto in inganno, vistosi accerchiato e gravemente ferito, Pisacane si sparò in testa con la sua pistola. Aveva scommesso tutto, la sua stessa vita, per quest’ultimo tentativo di capovolgere il corso della storia, di avviare l’Italia verso una destinazione opposta a quella che ormai sembrava obbligata. Aveva scommesso tutto perché sapeva che in gioco vi era tutto. “Le idee nascono dai fatti”, scriveva il giorno prima di imbarcarsi nel suo testamento politico Carlo
Pisacane. Forse il presentimento della morte già lo accompagnava, e per questo si rincuorava di poter anche da morto continuare a servire la causa che era stata la sua per tutta la vita, fornendo col suo gesto
“propaganda molto più efficace che mille volumi scritti da dottrinari”. Fortunatamente di Pisacane non conserviamo unicamente la memoria della gloriosa morte in nome dell’emancipazione sociale, ma anche una moltitudine di scritti che delineano quale Italia avesse in mente. Da pensatori napoletani quali Vico e Mario Pagano, alle idee federaliste e libertarie di Proudhon, in Pisacane confluiscono più rivi che portano alla formazione di un grande bacino ideale ispirato ai principi dell’Associazione e della Libertà, in netta contrapposizione con la società borghese e le sue fondamenta: la proprietà, la religione, l’autorità, la
gerarchia. Pisacane rappresenta dal punto di vista della prassi rivoluzionaria l’elemento più avanzato prodotto dal Risorgimento, l’unico che è stato in grado di comprendere fino in fondo l’importanza di quella
che era la classe più numerosa e povera, quella contadina, e le sue potenzialità rivoluzionarie. Infatti, saranno gli stessi contadini che fra il 1860 e il 1861, sulla spinta dei soldati garibaldini, causeranno
l’implosione del Regno delle Due Sicilie, come saranno sempre loro a dare vita a fenomeni di accanita resistenza popolare nell’epoca postunitaria, contro la politica autoritaria del Regno e contro i possidenti
terrieri, classe rimasta immutata nel passaggio allo stato unitario. Ma come spiegarsi questo diverso comportamento a distanza di pochi anni? Perché le masse contadine seguirono, rimanendo poi deluse nonostante i propositi del Generale, Giuseppe Garibaldi, mentre arrivarono ad uccidere Pisacane? Si può parlare di maturazione dei processi storici, si può parlare di maggiori risorse messe in campo, come di contingenze differenti. Tutti questi furono fattori fondamentali e determinanti, ma
non invalidano né intaccano il valore dell’impresa del patriota napoletano, che fece ciò che si chiede ad ogni vero rivoluzionario: capire cosa è giusto fare e farlo, anche a rischio della propria vita.