Bene comune, individuo, comunità. Una risposta socialista

Di Leonardo Sinigaglia

“Se questa opposizione esistesse realmente, se il bene dell’individuo fosse realmente opposto a quello della società, la specie umana non avrebbe potuto esistere; nessuna specie animale avrebbe potuto raggiungere lo sviluppo attuale. Se le formiche non trovassero un piacere intenso nel lavorare tutte per il bene del formicaio, e la formica non sarebbe quella che è oggi: l’essere più sviluppato tra gli insetti, un insetto il cui cervello, appena percettibile sotto la lente d’ingrandimento, è potente quasi quanto il cervello di un uomo medio. Se gli uccelli non provassero un piacere intenso nelle loro migrazioni, nelle cure che prodigano nell’allevare la loro progenie, nell’azione comune per la difesa delle loro società contro gli uccelli rapaci, l’uccello non avrebbe raggiunto il suo sviluppo attuale. Il tipo dell’uccello avrebbe subito una regressione, e non un progresso.“

Petr Kropotkin

Dopo anni a base di “meritocrazia” di “diritti”, gli apparati culturali e mediatici occidentali hanno scoperto qualcosa che fino a pochi mesi fa era considerato tabù: il “bene comune”. La “madrina” economica e culturale dell’Unione Europea, Margaret Thatcher, arrivò a negare l’esistenza della società. Ora i suoi nipoti adottivi sventolano la bandiera dell’interesse generale come giustificazione delle proprie politiche. La ragione di questo non è un mutamento politico, ma un mutamento di fase.
I richiami patriottardi sono volti, ancora una volta, a garantire l’obbedienza e la coesione sociale, andando ad identificare i nemici politici delle istituzioni come nemici della società tutta. Alla base di questo c’è quindi l’interesse per la tenuta dello status quo, non già l’interesse collettivo reale.
Ma già questo stato di cose deve spingere alla riflessione, non solo sul concetto di “Interesse generale”, ma anche sul rapporto fra individuo e comunità, divenuto punto centrale di dibattito anche negli ambienti ostili al governo Draghi e al nuovo corso imposto da questo.
La dicotomia irrisolvibile fra individuo e comunità è frutto dell’ideologia liberale, che vede l’individuo astratto come base e fine dell’attività politica, nega l’esistenza di una comunità al di là della semplice somma delle individualità e vede la libertà come un agente negativo, sempre come una sottrazione rispetto all’autorità, mai come un’affermazione positiva; è frutto del sistema capitalista che nella sua concretezza pone gli interessi di un uomo come ostili ed inconciliabili con quelli dell’altro.
Questa ideologia porta ad un semplice attacco contro la strumentalizzazione politica dell’emergenza sanitaria: in nome della collettività i governi privano i singoli della libertà, quindi bisogna difendere la libertà dei singoli da questo sopruso collettivista. Ragionamento nella forma inattaccabile, nella sostanza profondamente scorretto.
Occorre distinguere dietro ad ogni affermazione od intenzione gli interessi di classe che ne fanno da bussola. E’ ben visibile come i processi politici, economici e sociali catalizzati e giustificati in nome della lotta pandemica siano essenzialmente atti a puntellare l’ordinamento borghese capitalista, andando a diretto vantaggio delle componenti politicamente egemoni della borghesia (“Big Data”, finanza, e-commerce, assicurazioni, fondi speculativi) e a sopperire la necessità da parte degli stati occidentali di sistemi di controllo sempre più pervasivi e utili a reggere l’urto con la crisi sistemica che stiamo
affrontando.
Parafrasando la definizione del Fascismo di Karl Radek, possiamo dire che la gestione pandemica sia il cerchio di ferro con cui si cerca di tenere assieme la botte sfasciata del neoliberismo. Non possiamo infatti pensare che le norme sociali, l’apparato repressivo e il disciplinamento indotto servano solo per una fase estremamente limitata di tempo. Al contrario tutto ciò avrà un ruolo sempre più cruciale. Basta tenere d’occhio gli indici economici: non solo i dati sulla disoccupazione e la chiusura delle attività, ma anche i prezzi delle materie prime, dei trasporti oceanici, delle abitazioni…Ancora una volta ci viene presentato un futuro di lacrime e sangue a causa spiegato come la reazione “razionale” e “competente” agli sbagli dei cittadini. La retorica alla fine è sempre quella: “non ci sono soldi” (nonostante le wunderwaffen del Recovery Fund) e “abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità”. Nello specifico non ci sono i soldi per garantire una risposta sanitaria efficiente alla crisi e non basata su profilassi e superstizione individuale, mentre abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità “sociali”. Ci siamo “assembrati” troppo, abbiamo preferito la socialità all’apatia indotta da una pretesa scarsità delle risorse. Cambiano i termini ma dietro c’è sempre l’odiosa e pidocchiosa formula del neoliberismo.
Quali sono gli interessi serviti dunque? Possono essere quelli della collettività, ossia del popolo lavoratore, schiacciante maggioranza della popolazione? No, assolutamente. Sono gli interessi di classe della borghesia, anzi, della piccola parte egemone della stessa grande borghesia ad essere perseguiti e spacciati come interesse generale.
La domanda a cui serve rispondere ora è questa: esistono interessi veramente collettivi? Dipende dal contesto con cui si pone. Dal punto di vista umano, generale, si, esistono, e sono facilmente riconoscibili: ogni essere umano ha interesse alla stabilità, alla soddisfazione, alla libertà dal bisogno, alla libertà di esprimersi e di crescere, moralmente e materialmente. Dal punto di vista storico e particolare possiamo vedere come gli interessi collettivi esistano solo al di fuori della realtà classista, come negazione di essa. Essendo l’emancipazione delle masse e la costruzione della società senza classi un processo storico possiamo dire che gli interessi collettivi esistono come realizzazione storica progressiva, non come dato di fatto attuale, sempre parlando dal punto di vista dei rapporti di forza economici.
Il rapporto fra gli interessi collettivi e quelli individuali non è e non può essere antitetico. Occorre distinguere fra diritto e privilegio, fra libertà ed arbitrio. La libertà del singolo non è in contrasto con la libertà di ogni altro singolo, ma anzi trova in questa unione, come ricorda Proudhon, una moltiplicazione della libertà. La pretesa del singolo che inficia la libertà o i diritti dell’altro è privilegio, è arbitrio, imposizione che sarebbe suffragata solo dalla forza, non già volta a garantire il benessere di ognuno, ma la predominanza di uno rispetto agli altri.
L’associazione moltiplica le forze, moltiplica le possibilità e garantisce che queste si traducano in realtà. E’ quindi sbagliato pensare alla comunità come una semplice somma aritmetica dei singoli. E’ in realtà qualcosa in più, è un vincolo che, paradossalmente, libera dalle catene del bisogno e della tirannia. Le pretese delle classi dominanti di parlare a favore della collettività sono assurde: come può l’oppressore parlare per l’oppresso? Da socialisti non possiamo rispondere ai problemi politici e teorici presentati dalla fase attuale nascondendoci dietro la stessa retorica liberale utilizzata dal sistema. Dobbiamo affermare e propagandare questa verità: che tra individuo e comunità non esiste antitesi, che dietro alla retorica comunitaria si nascondono interessi di classe palesi e comunicati, che non è col ritiro nell’individualità astratta che vinceremo, ma grazie all’abbracciare l’uomo politico, quindi sociale, comunitario, materiale e storico.
Il vero bene della società è il vero bene dell’individuo.