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Socialismo e capitalismo di stato

DI LEONARDO SINIGAGLIA

“Capitalismo di stato!”. Questa è l’accusa che spesso si sente rivolgere “da sinistra” ai danni di paesi avviati sulla via del socialismo ma considerati troppo lenti a raggiungere l’obbiettivo preposto.

E’ significativo come questa accusa venga sempre rivolta da individui o organizzazioni che non si sono mai trovati nelle circostanze di dover gestire uno stato e, per di più, portare avanti un’opera di riforma radicale verso chi invece ha ottenuto, e spesso sta ottenendo, risultati materiali. Questo non avviene per caso. Chi arriva alla conquista del potere, per doversi poi cimentare nell’arduo compito della sua gestione, ha di certo ben presente che non basta semplicemente immaginare un nuovo mondo per poterlo veder apparire davanti ai propri occhi. Bisogna costruirlo. E questa costruzione non avviene su una tela bianca, ma partendo da una realtà viva e complessa che esiste e sarebbe idiota non considerare. E’ semplice parlare di ‘capitalismo, ‘padroni’, ‘borghesia’, ‘classi’. Più difficile è capire che dietro questi termini non ci stanno solo concetti utili per l’analisi del mondo, ma i soggetti e le relazioni che questo vanno a comporre.

Se l’abbattimento del sistema capitalista rappresenta un ovvio e giusto obbiettivo, non si può pensare che non sia altrettanto impellente continuare a garantire la produzione di tutti quei beni necessari che vengono ad oggi prodotti in modo capitalista. La transizione ad un deverso modo di produzione non deve rappresentare per le masse un cataclisma, ma il progressivo miglioramento delle loro condizioni materiali e morali. Non si può pensare di costruire il socialismo senza aver interiorizzato gli strumenti tecnici, organizzativi e logistici che sono stati sviluppati dalla classe borghese nella sua secolare esperienza di esercizio del potere. Ciò non significa dimenticarsi dei crimini commessi da questa classe e della sua costante violazione della dignità umana, ma far tesoro di strumenti che, una volta orientati verso un fine ultimo diverso, possono veramente servire alla grande opera dell’emancipazione dell’uomo. L’organizzazione della produzione interna ad una fabbrica, la distribuzione dei beni su tutto il territorio nazionale, la divisione del lavoro fra più unità produttive e la sua allocazione là dove è più necessario e più favorevole è la sua applicazione sono tutte capacità che il proletariato deve apprendere se vuole sostituirsi alla borghesia. E, almeno in un primo momento, non può che impararle rivolgendosi agli unici che hanno esperienza in questo campo: i capitalisti. Lenin, il padre della Rivoluzione d’Ottobre, metteva in risalto questa necessità:

“Ad ogni delegazione operaia con cui mi è capitato di incontrarmi, quando veniva da me e si lamentava perché la fabbrica si era dovuta fermare, io dicevo <<Volete che la vostra fabbrica sia confiscata? Bene, i fogli dei decreti sono qui pronti, li fermeremo in un momento. Ma dite: avete saputo prendere in mano la produzione avete calcolato quello che producete, conoscete i legami tra la vostra produzione e il mercato russo e internazionale? >>. E allora risultava che questo ancora non lo avevano imparato, e sui libri bolscevichi niente è ancora scritto a questo proposito, e nemmeno quelli menscevichi ne parlano. Le cose vanno meglio soprattutto dove gli operai applicano questo capitalismo di stato: gli operai dell’industria del cuoio, tessile, zuccheriera, perché essi conoscono con lucidità proletaria il loro settore di produzione e vogliono conservarlo e farlo più grande, perché in questo soprattutto è il socialismo. Essi dicono: <<Io non posso ancora cavarmela con questo compito, metterò al lavoro i capitalisti, offrirò loro un terzo dei posti e imparerò da loro>>.”

(V. Lenin, Rapporto sui compiti immediati del potere sovietico, 29 aprile 1918, da Opere complete, vol. XXVII)

Un partito può raccogliere decine di migliaia di militanti, una nazione ha in sé milioni di cittadini: imparare ad armonizzare il lavoro di tutte le sue componenti e a garantire la crescita del benessere reale di essi deve essere l’obbiettivo principale per assicurarsi la possibilità di continuare l’opera di costruzione del socialismo. E non si devono avere scrupoli per ottenere ciò a rivolgersi al personale tecnico ed amministrativo del precedente regime una volta che esso è stato definitivamente abbattuto. Non si tratta di compiere un’opera di mediazione o di lasciare la rivoluzione a metà, ma al contrario di permettere ad essa di procedere spedita. A nessuno verrebbe mai in mente di bruciare in piazza i computer poiché prodotti sotto al capitalismo, allo stesso modo sarebbe folle e miope liquidare con noncuranza il bagaglio tecnico e gestionale di chi per anni ha reso possibile, seppur su basi ingiuste, un enorme lavoro sociale e un’altrettanto ingente spostamento di beni.

Lo stato socialista deve quindi sfruttare i resti del capitalismo, senza lasciarsi intimorire da essi. Se le forze produttive non sono sviluppate in maniera adeguata, e non esistono altri paesi socialisti a cui rivolgersi per lo sviluppo economico, è possibile procedere allo sfruttamento di forme di capitalismo controllate dall’azione politica dello stato socialista. Ogni paese ha una sua peculiare situazione, e mentre nel contesto occidentale tale prospettiva potrebbe anche non essere considerata, nei paesi capitalistici periferici o in quelli che agli inizi del secolo scorso si trovavano ancora in situazioni al limite della feudalità, il controllo delle forze capitaliste non è stato che uno strumento nelle mani del proletariato per lottare per la propria emancipazione all’interno di un contesto internazionale saldamente capitalista e reazionario. Dice sempre lo stesso Lenin:

“Tutti i partiti rivoluzionari che sono falliti finora, lo sono perché hanno peccato di presunzione e non hanno saputo individuare quale fosse la loro forza, temendo di parlare delle proprie debolezze. Ma noi non periremo, poiché non temiamo di parlare delle nostre debolezze e impareremo a superarle. Il capitalismo che abbiamo lasciato entrare, era indispensabile lasciarlo entrare. Se esso è odioso e cattivo, noi possiamo correggerlo, perché il potere è nelle nostre mani, e non abbiamo nulla da temere”.

(V. Lenin, Conclusioni sul rapporto politico del Comitato Centrale del Partito Comunista Russo (bolscevico), 28 marzo 1922, da Opere complete, vol. XXXIII)

Il controllo statale sull’attività economica è uno strumento al fine del raggiungimento del socialismo. Questo controllo può essere esercitato, con la dovuta attenzione, anche verso forze del mercato che scientemente si lasciano più o meno libere, a seconda della necessità. Il grado di sviluppo socialista si misura non dall’entità degli spazi sottratti alla borghesia, ma in quella degli spazi economici affidati all’autogestione dei lavoratori e degli spazi politici conquistati all’autogestione della cittadinanza. E questo non necessariamente entra in contraddizione con la presenza di capitali privati e di residui capitalistici. L’esempio del Venezuela bolivariano, della Repubblica Popolare Cinese, di Cuba e della Repubblica Popolare Democratica Di Corea sono illuminanti, pur nelle complesse diversità date dalla diversa realtà nazionale: le forze del mercato del mondo capitalista vengono battute e sfruttate alla costruzione dello stato socialista, mentre sempre più potere è conquistato dalle masse organizzate. Tutto ciò è in netto contrasto con le riforme liberali e liberiste somministrate come “iniezione letale” all’Unione Sovietica e ai paesi ad essa legati in est Europa: lì le forze del mercato vennero sguinzagliate sotto il nascente potere borghese al fine di riconquistare il potere perso sotto il periodo sovietico, mentre negli esempi prima citati esse sono state battute e ridotte ad un ruolo strumentale e controllato.

“Un importante tratto distintivo del sistema dell’economia di mercato socialista è il mantenimento della leadership del partito e il fatto che il Partito continui ad esercitare una funzione cruciale di guida centrale, caratterizzata da un’azione di controllo e coordinamento generale. Negli ultimi tre decenni, dall’introduzione della politica di riforme e apertura, il nostro Paese ha raggiunto traguardi, nello sviluppo sociale ed economico, raramente raggiunti in precedenza nel resto del mondo e gli standard di vita del popolo sono migliorati considerevolmente. Questi successi sono stati possibili grazie al nostro fermo sostegno al ruolo guida del Partito, al lavoro svolto dalle organizzazioni di Partito a tutti i livelli e da tutti i membri del Partito, e sono da questi inseparabili. In Cina la forte leadership del Partito è la garanzia fondamentale che il governo eserciti le sue funzioni.”

(Xi Jinping, discorso tenuto in occasione della XV sessione di studio collettivo dell’Ufficio Politico del XVIII Comitato Centrale, 26 maggio 2014, da Governare la Cina, vol. I)