La crisi del liberalismo

Di Fabrizio Angelini

L’intera società si divide sempre più in due grandi campi nemici, in due grandi classi che si fronteggiano direttamente: borghesia e proletariato.”
Manifesto del Partito Comunista

Le crisi sociali hanno il forte potenziale di unire una massa di gente con magari origini economiche e sociali assai diverse e ostili, ed aiutarle a superare suddette crisi tramite un nemico, una minaccia che mette in pericolo tutti; ma d’altro canto hanno anche il distruttivo potenziale di lacerare i presenti legami sociali, chiarire che non siamo tutti sulla stessa barca, dividere sempre più gravemente la nazione in due grandi campi politici ed economici ostili, e di conseguenza portare alla fine di quello che era lo “Stato civile” e all’inizio dello “Stato di natura”, questa è la strada di una sanguinosa e crudele guerra civile, dove solo una entità politica può prevalere e liquidare il suo nemico senza pietà. In questo “Stato di natura” ognuno può uccidere chiunque, e ognuno lo sa; ognuno è nemico e concorrente di ogni altro: è il celebre “bellum omnium contra omnes”. Questa è appunto una guerra all’interno di una unità politica, che in quanto unità è divenuto problematica, perché non più capace di raggruppare il suo popolo, di promettere e fornire la sicurezza della condizione “civile statuale”. Ma in fondo lo Stato non è fondato sul consenso, anzitutto perché è il prodotto non della volontà umana ma di condizioni oggettive. Lo stato è forza, coercizione, organizzata.
Lo stato è dittatura: non sostituisce lo “Stato di natura” con uno “Stato civile” ma lo prosegue, da una dittatura all’altra. La borghesia che ingaggio in guerre e rivoluzioni, portando avanti la lotta di uguali diritti per tutti i cittadini contro i privilegi delle caste feudali, si ritrova ora davanti un vicolo cieco.
Le varie restrizioni e “provvedimenti sanitari”, che per esempio sono stati imposti qui in Italia per combattere il Covid, non hanno fatto altro che aggravare la già critica situazione, colpendo la vita di milioni di persone e mandando fuori business piccole attività familiari, raggiungendo l’obiettivo opposto che era quello di salvaguardare i cittadini. Questi provvedimenti non hanno fatto altro che disintegrare e lacerare la già debole unità politica italiana, dividendola in due campi economici rivali, eliminando quindi ogni gruppo sociale di mezzo, incapace di adattarsi al sempre più dinamico mondo economico e globalizzato. La classe dirigente liberale ha indebolito la condizione civile e statuale, dove tutti i cittadini dello Stato hanno assicurata la loro esistenza fisica; qui dovrebbero regnare pace, sicurezza ed ordine. Dietro ai licenziamenti di massa, i limiti alle manifestazioni e alle assemblee, l’introduzione del “Recovery Plan” che condiziona pesantemente la sovranità del nostro Paese, e la limitazione dell’offerta sanitaria per malattie anche molto più gravi della Covid, si nascondeva una agenda specifica mirata ad una ristruttura dell’attuale ordine regnante, con la speranza di salvare la classe dirigente, quelle bande di speculatori che sfruttano il potere a loro vantaggio, che dominano e saccheggiano la nazione. In poche parole lo scopo finale è una continua proletarizzazione delle masse, una repressione politica volta a cercare di mantenere salda la fragile unità politica repubblicana, e la svendita del paese a potenze straniere più forti, con la speranza che esse siano d’aiuto nel mantenere l’unità politica italiana.
Se la situazione sociale non è delle migliori, quella politica è assai peggiore: I provvedimenti applicati sono arrivati ad intaccare il principio della libertà individuale – si pensi al Green pass, accolto non certo a braccia aperte dagli italiani – che vorrei ricordare sta alla base del Liberalismo stesso. Ogni limitazione, ogni pericolo della libertà individuale, della proprietà privata e della libera concorrenza è “violenza”, ma se migliaia di povera gente viene spinta alla miseria, bhe quella è soltanto normalità economica, nella quale lo Stato non ha da immischiarsi. Questa è la tradizione del pensiero liberale, che mette al centro della sua preoccupazione la libertà dell’individuo, misconosciuta o calpestata invece dalle filosofie organicistiche di diverso orientamento. Ora invece le masse possono morire di fame e allo stesso tempo avere lo stivale dello stato che li soffoca.
Il Liberalismo è in crisi, non è più capace di difendere e sostenere la prospettiva di uno stato dove i cittadini vivono da eguali. La crisi ha aperto gli occhi: certamente l’aristocrazia non esiste più, e la borghesia e il proletariato sono, dal punto di vista dello stato e della legge cittadini con uguali diritti; ma non sono uguali nel campo economico, persistono anche disuguaglianze che non possono essere certamente ignorate: una classe, la borghesia, possiede i mezzi di produzione e vive del lavoro non pagato degli operai. L’altra classe, i salariati, il proletariato, non possiede mezzi di produzione e vive vendendo la propria forza lavoro sul mercato. Siamo passati da una società feudale – in cui il potere economico e il potere politico coincidevano – ad una società borghese – dove i due poteri sono formalmente separati, il Liberalismo tramite il potere politico e statale creò l’illusione che tutti avevano eguale potere. Il Liberalismo pretende di risolvere il problema dell’eguaglianza e della libertà a livello politico: ma questo dipende dalla arbitraria separazione di politica e di economia.
Ora lo Stato Liberale sta cercando di abbracciare tutte le sfere della realtà, con l’obiettivo di soffocare ogni avanguardia dissidente, e mantenere la nazione in uno stato perpetuo di stagnazione, non permettendole di costruire il suo futuro. Questo è il tragico e ironico finale del figlio dell’Illuminismo: Il liberalismo che si è sempre presentato come apolitico ora non può più sfuggire alla inevitabile conseguenza della politicità. D’altronde un dottrina che ha solo e sempre presente come principio e fine del suo processo logico l’individuo, non può certo fare politica, ne tanto meno edificare uno Stato.