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Nazionalizzare i social

DI LEONARDO SINIGAGLIA

La censura di Donald Trump da parte dei principali social network globali è stata salutata come un vile attacco politico dai sui sostenitori e salutata con gioia dai suoi avversari, ma essa dovrebbe spingere chi ha la volontà di porsi al di fuori del circo liberale ad una riflessione più profonda, che vada al di là della partigianeria e che sappia cogliere con esattezza le tendenze che caratterizzano la nostra epoca in uno degli spazi per essa più importanti, quello dei mezzi di comunicazione digitali.

“Sono imprese private e fanno quello che vogliono”, questa la giustificazione addotta dai sostenitori della censura attuata da Facebook, Instagram, Pinterest ecc. E nei fatti non si tratta di un enunciato errato: queste sono società private, lo spazio digitale messo da loro a disposizione è privato, e risponde unicamente alle volontà della società, che non necessariamente devono tener contro delle dinamiche politiche e della necessità da parte di qualsiasi soggetto che vuole provare a governare un paese di avere una presenza sui social. Questi spazi virtuali sono relativamente nuovi, hanno poco meno che due decenni di vita, ed ovviamente non sono mai stati inclusi all’interno della codificazione della libertà politica. Ma giorno dopo giorno ci rendiamo conto di quanto i social network siano oramai diventati non solo parte essenziale, ma forse anche principe della comunicazione politica. Il loro ruolo è imprescindibile. Se un politico non ha una presenza virtuale, questo semplicemente non esiste: ogni sua affermazione, ogni suo parere, ogni suo tentativo di imporsi come figura di riferimento si scontra col muro di gomma della visibilità telematica, dei “mi piace”, degli algoritmi.

“Se non ci sei non esisti”, questo è il motto dei social, che oramai sono diventati nell’immaginario comune specchio della realtà. Qualcosa non esiste se non ha una presenza internet. Se non trovo un profilo Facebook collegato ad una persona, questa diviene automaticamente un “bip” silenziato sul radar della realtà, la sua presenza sospesa fra il vago e l’indefinito. Ed ecco che si apre il vero problema riguardo a ciò che ora è successo a Donald Trump: la proprietà privata degli spazi democratici. E’ indubbia l’importanza ricoperta dai social network oggigiorno. E’ ancora possibile lasciare questo potere nelle mani di privati? Sono essi capaci di garantire una par condicio politica e la libertà d’espressione? Non lo sono. La forza del capitale sarà sempre maggiore rispetto a quella delle educate opinioni. Non c’è speranza che Facebook o Twitter possano scegliere scientemente di limitare il proprio potere a favore di idealità solo retoricamente richiamate dal regime liberale.

Gli “spazi virtuali” sono l’inevitabile prodotto del progresso tecnologico. La proprietà privata di questi spazi non è che il postulato ovvio del sistema capitalistico. E qui sta il problema. E’ questo che ci si rifiuta di comprendere, nascondendo la reale manifestazione della potenza dei colossi della Silicon Valley dietro la facciata della soddisfazione per la censura interna all’ordine liberal-borghese dell’indigesto presidente statunitense. Non c’è una possibile soluzione alternativa al riconoscimento di questi spazi virtuali come essenziali alla vita politica e alle libertà moderne e una loro conseguente nazionalizzazione. Non è concepibile che la fortuna di un politico possa essere decisa, avallata o danneggiata da un consiglio d’amministrazione. Non sarebbe concepibile in un ordinamento realmente democratico democratico, ma nel letamaio liberale dell’Occidente è quello che sta avvenendo davanti ai nostri occhi. Alle porte di una nuova rivoluzione industriale non possiamo che comprendere ed analizzare i nuovi sviluppi del sistema capitalista: i capitali legati al mondo digitale e ai social network hanno un potere che sta diventando rapidamente egemonico. E’ necessario, soprattutto nella nostra parte del mondo, porre essi al centro dell’attacco delle forze popolari e proletarie. Non può esserci altra via: quello che oggi è successo al nostro nemico Donald Trump non è nient’altro che la dimostrazione di un’oggettiva forza che sarebbe errore fatale il sottovalutare.